venerdì 29 gennaio 2016

3a Dissertazione sulla vittoria navale ottenuta dai Veneziani contra la Flotta di Federico Barbarossa nell'anno 1177 - Cristoforo Tentori


Questo breve saggio chiarisce una diatriba accesa da alcuni autori sulla veridicità dei fatti della Battaglia di Salvore, che portarono il Papa Alessandro III ad apporre il crisma Papale sulla cerimonia dello Sposalizio di Venezia con il Mare in occasione della Festa della Sensa, e a consegnare alla Repubblica lo Stocco di difensore della Cristianità.


Dalle pagine relative alla battaglia di Salvore (86 - 100), del Tomo Primo del “Saggio sulla Storia Civile, Politica, Ecclesiastica e sulla Corografia e Topografia degli Stati della Repubblica di Venezia, ad uso della nobile e civile gioventù”, pubblicato dall'abate Cristoforo Tentori nel 1785.


3a Dissertazione sulla vittoria navale ottenuta dai Veneziani contra la Flotta di Federico Barbarossa nell'anno 1177

di Cristoforo Tentori 

Parafrasi in lingua moderna e integrazioni a cura di Marco Girardi.
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Il celebre cardinale Cesare Baronio, nei suo "Annali Ecclesiastici" (1588) scrivendo degli eventi occorsi nell'anno 1177, e l'erudito Felice Cantelori, nella sua opera critica sopra il libro di Fortunato Olmo, negano l'occulta fuga del Papa Alessandro III da Roma per fuggire dall'imperatore Federico I, detto il Barbarossa, il nascondimento del papa a Venezia, e la vittoria navale dei veneziani nella battaglia di Salvore, conseguita sotto il comando del doge Sebastiano Ziani contro l'imperatore Barbarossa.

Non c'è nessun interesse a discettare sulla veridicità o meno del nascondimento a Venezia del papa Alessandro III, in quanto questa vicenda ha poca importanza e pochi riflessi. La controversia più rilevante è invece quella riguardante la battaglia di Salvore.

La convinzione che la battaglia non fu mai combattuta è radicata nel testo del cardinal Cesare Baronio, e si fonda sul fatto che non ne parlano due autori ritenuti coevi ai fatti incriminati, che sono l'Autore Anonimo della vita di Alessandro III, e l'arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna, che fu ambasciatore del regno di Sicilia durante la pace di Venezia.


Analizziamo il primo autore, l'Autore Anonimo.
Molti sono gli elementi da cui si deduce che l'autore della vita di Alessandro III non sia stato un contemporaneo ai fatti che egli narra.

Egli scrisse le vite di altri papi partendo da Leone IX (pontificato 1049 – 1054), sbagliando nel riportare gli anni dell'elezione e della vita di quei papi, e questi errori sono presenti anche nella biografia di Alessandro III, tanto che il cardinal Baronio stesso a più riprese lo corregge.
La logica imporrebbe che se fosse stato coevo a Alessandro III avrebbe dovuto riportare le date di nascita, di elezione al soglio pontificio, e di morte senza errori.
Come lo stesso cardinal Baronio riporta, l'Anonimo Autore nello scrivere le biografie dei predecessori di Alessandro III copia da altri autori, in particolare da Pietro Diacono (1107 - 1159) e da Pandolfo (sec. XI -  - 1138).

La logica suggerisce che potrebbe aver utilizzato lo stesso metodo anche nello scrivere la biografia di Alessandro III, quindi utilizzando testi di altri autori.

Un'analisi stilistica della biografia di Alessandro III fa rilevare, inoltre, che quando copia è lungo e prolisso, mentre dove non copia è breve nello stile e parco di informazioni; nel caso della descrizione degli ultimi tre anni di vita di Alessandro III addirittura non rileva nulla.
Se fosse stato contemporaneo a questi fatti avrebbe dovuto e potuto scrivere almeno qualche parola.
Altri storici veneziani riportano quanto ho appena detto, in particolare è interessante quanto dice Vettor Sandi, nel suo articolo V, capitolo IV del Libro 3.
Per tali logiche deduzioni questo autore non merita l'epiteto di autore originale e testimone oculare agli eventi che narra.
L'altro autore a cui si abbevera il cardinal Baronio è Romualdo II Guarna, arcivescovo di Salerno e anch'egli non fa menzione della battaglia avvenuta nei pressi di punta Salvore.

Il Baronio lo reputa un testimone accreditato in quanto fu ambasciatore a Venezia di Guglielmo II di Sicilia durante le trattative che precedettero la pace tra l'imperatore Barbarossa e il papa Alessandro III.
Si suppone sia l'autore della Cronaca Salernitana, opera che venne custodita presso la Chiesa di Salerno per poi nel 1619 essere incamerata nella biblioteca vaticana.
Questa cronaca, come Vettor Sandi stesso afferma, è piena zeppa di contraddizioni ed errori tali da ritenerla opera di uno scrittore più tardo.
I numerosi errori riguardano la Storia della Chiesa, la storia del Sacro Romano Impero, la storia del Regno di Sicilia e dei suoi re. Questi ultimi errori compiuti nonostante fosse nativo, suddito e dotto prelato del Regno di Sicilia.
Inoltre la cronaca è infarcita di encomi e lodi alla propria persona, e riguardano il magnificare la propria prudenza, la propria erudizione letteraria e la propria dignità. Un atteggiamento così civettuolo e vanitoso non è auspicabile in un ambasciatore che ebbe a trattare materie così delicate, come dovette fare durante le trattative che sfociarono poi nella pace di Venezia.

Le possibilità in merito all'attribuzione di paternità della Cronaca Salernitana all'arcivescovo Romualdo sono essenzialmente tre:
Che sia stata falsamente attribuita all'arcivescovo Romualdo.
Che durante la custodia presso la Chiesa di Salerno, custodia che durò quattrocento anni, l'opera sia stata manipolata varie volte come succede ed è successo a molti manoscritti.
Che se è stato realmente l'arcivescovo Romualdo l'autore della Cronaca Salernitana, non bisogna scordarci che egli era Normanno e cittadino del Regno di Sicilia: allora il Regno di Sicilia era nemico di Venezia, e il non riportare nella propria cronaca la vittoria veneziana presso Punta Salvore potrebbe trovare un senso in tale inimicizia.
Le affermazioni del cardinal Baronio, possiamo in ultima analisi affermare, mancano totalmente di valore perché si basano su manoscritti di dubbia autorità.
Di storici invece che affermano che la Battaglia di Salvore fu realmente combattuta ne abbiamo un numero tale da poterla ritenere un evento storico realmente accaduto.
Ma se questo non bastasse, possiamo portare a testimonianza la presenza di una lapide commemorativa presente sopra la Chiesa di San Giovanni nei pressi della città di Salvore (oggi Savudrja), che ricordava la presenza di una indulgenza data da Alessandro III in seguito alla vittoria dei Veneziani contro la flotta degli Imperiali di Federico I nel mare vicino al promontorio di Punta Salvore, come anche le riconferme di detta indulgenza comminate da Papa Eugenio IV nel 1437 e da Papa Pio II nel 1458. (1)

Possiamo portare a riprova anche la lapide commemorativa che era presente sulla tomba del doge Sebastiano Ziani nella Chiesa di San Giorgio a Venezia, che parla ovviamente della battaglia vinta a Salvore. Questa iscrizione ora non più presente a seguito del rifacimento della chiesa, ma il suo testo venne raccolto da Lorenzo Scradero nel suo volume dedicato alle Iscrizioni Lapidarie presenti in Italia pubblicato nel 1559.

Lo stesso storico e doge Andrea Dandolo riporta nei suoi scritti l'esistenza di tale iscrizione sulla tomba del suo predecessore, e all'epoca in cui scrive, il 1340, la definisce come Antica.
Ma altre prove possiamo portare a nostro favore.

Il Bardi ed il Frangipane attestano che sul principio del XIII secolo, ossia dopo soli 52 anni dai fatti che stiamo esaminando, nella sala del Maggior Consiglio dentro il palazzo Ducale a Venezia, veniva dipinta in varie scene la vittoria navale nella battaglia di Punta Salvore.


Come si sarebbe potuto dopo così soli pochi anni dalla Pace di Venezia dipingere una scena inventata per solo capriccio?


Contando per di più che i quadri furono commissionati da un organo così nobile e serio qual'era il Veneto Principato e soprattutto poi pensando che i quadri sarebbero stati al cospetto di numerosissime nazioni con le quali in quei tempi la Repubblica di Venezia intratteneva rapporti commerciali.

Si aggiunga inoltre che dimorarono a Venezia vari imperatori tedeschi, anni dopo la controversa battaglia, che seppur non appartenevano alla casata Sveva di sicuro non avrebbero accettato senza dolersene dell'esposizione di un fatto mai avvenuto, in cui per giunta si vedeva un proprio predecessore soccombere, e avrebbero come minimo pubblicizzato la propria doglianza per mezzo di qualche scrittore.

La battaglia di Salvore, inoltre ancora, fu dipinta in affresco anche nel palazzo del Comune a Siena, patria di papa Alessandro III.
Pure ad Augusta fu data pubblica visione di una pittura che illustrava gli eventi della battaglia a Punta Salvore e dove l'imperatore era raffigurato come soccombente. Lo testimoniano vari scrittori stranieri.
La storia della battaglia di punta Salvore è ampiamente descritta dal prete ravennate Obone, il cui manoscritto il Bardi afferma di aver visionato e di cui ha riportato il testo nel suo libro; anche il vescovo di Milo, Giovanni Ferretti, dice di aver visionato detto manoscritto nella Biblioteca Vaticana.

Riporta le stesse verità storiche il manoscritto copiato dal Vescovo capitense Giacopo, allora luogotenente a Roma, con il papato ad Avignone. Il testo copiato venne inviato dal vescovo al doge Giovanni Delfino nel 1359.


Anche moltissimi annali di province e città tedesche che il Bardi cita nel suo volume, riportano la sconfitta navale dell'imperatore Barbarossa nella battaglia di Salvore.
Queste testimonianze sono da ritenersi ancor più importanti e veritiere dato che sono da riferirsi a una nazione che avrebbe avuto l'interesse a negare l'esistenza di tale battaglia piuttosto che a pubblicizzarla.

Vediamo poi il segretario dell'imperatore Federico II di Svevia, Pietro dalle Vigne, citato dal Sigonio e dal Bovio, che nel 1239, poco più che sessantanni dopo i fatti, scrive sia della Battaglia di Punta Salvore che della vittoria dei Veneziani.

Gli stessi avvenimenti vengono descritti dal Nicardo, che viene citato da Bernardino Corio nella sua Storia di Milano. Il Corio era milanese e avrebbe avuto tutto l'interesse a citare soltanto i fatti di Legnano e a nascondere la sconfitta navale di Salvore che i veneziani inflissero all'imperatore.
Da notare che pure Alberto Cranzio, scrittore diligente di storia germanica, lodato anche dallo stesso cardinal Baronio, riporta i fatti della battaglia navale.


Vogliamo anche ricordare che gli avvenimenti storici della battaglia di Salvore sono dipinti in affresco nelle stanze vaticane, e si sa a quanto esame la Corte Romana ponga i propri atti prima di attuarli.
Infatti fu indetta nel '500 da papa Pio IV una commissione cardinalizia per la realizzazione degli affreschi, a cui partecipò anche il cardinal Sirleto.
Qualche malevolo può far notare che partecipò a detta commissione anche un cardinale veneziano, Marco Antonio da Mula, ma fu necessario in quanto esperto di storia patria, e comunque la decisione sul contenuto di detti affreschi fu votata e non fu perciò approvata in seguito all'arbitrio di un solo cardinale (si noti anche che il Da Mula, ex-Ambasciatore Veneto presso la Santa Sede, accettando il Cardinalato si era inimicato il Governo Veneziano, che non lo perdonò mai. N.d.E.).

Erano comunque custoditi nella Biblioteca vaticana i famosi scritti dell'Autore Anonimo e del vescovo Romualdo, tanto elogiati dal cardinal Baronio, che vennero sicuramente analizzanti anche dai cardinali.
Dopo le dovute esaminazioni, l'incarico di affrescare le scene della battaglia di Salvore venne dato al pittore Giuseppe Salviati. Le stanze vaticane dove le pitture vennero realizzate erano aperte al pubblico, esposte perciò agli occhi anche dei Letterati che transitavano per Roma.
Vediamo perciò le "imposture veneziane", come il Baronio le epiteta, venire rese autentiche dalla Corte Romana.

Su altri due punti si concentrano i detrattori: sull'età di Ottone, figlio del Barbarossa, che secondo le cronache ebbe il comando della flotta imperiale, e sul non aver mai avuto il Barbarossa una flotta navale.
Concentriamoci sul primo punto. I detrattori affermano che Federico I avrebbe preso in moglie Beatrice figlia di Rinaldo, conte di Borgogna solo nel 1162 e che il figlio Ottone nacque un anno dopo, e che perciò avesse solo 14 anni all'epoca della battaglia a Salvore. Altri affermano che all'epoca della battaglia Ottone avesse solo otto anni.

Tuttavia, storici quali il Sigonio, il Vigner, il Guntero il Nauclero ed altri, riportati dal Bardi, affermano che le nozze dell'imperatore con Beatrice avvennero nel 1159 e che quindi, all'epoca dei fatti, Ottone aveva 18 anni.
Età sufficiente, a quel tempo, per assolvere il ruolo di comandante della flotta imperiale.
Per quanto riguarda l'origine di quest'ultima, viene talvolta contestato che Federico I non avesse una propria flotta navale. Si deve però ricordare che l'imperatore poteva contare sull'appoggio di altre Nazioni marittime rivali dei Veneziani. Tra queste Genova, Ancona e Pisa che avrebbero potuto prestargli parte del naviglio necessario all'impresa.

Il Sigonio afferma che nel 1176 Arrigo, il secondogenito del Barbarossa, aveva 11 anni e suppone così che Ottone, terzogenito, non avesse l'età adatta al generalato.

Ma il Sigonio non produce prove sulla data di nascita di Arrigo; anche dove afferma che a 5 anni, nel 1170, fosse diventato re dei Romani e dei Tedeschi, questo suo convincimento non è suffragato da alcun documento o logica deduzione.
Chiediamo al Sigonio di portarci dette prove, perché sulla base di questa sua infondata affermazione, altri Autori vorrebbero false le storie narrate dai veneti storici sopra la battaglia navale di Salvore.


Ottone di Frisinga afferma che Arrigo avrebbe sottoscritto il giuramento che precedette la pace di Venezia e che pose momentanea pace tra il padre, i Normanni e i Longobardi, nel 1176.
Secondo le leggi longobarde osservate a quei tempi in Italia e seguite scrupolosamente dagli imperatori tedeschi, l'età di 11 anni come quella che suppongono avesse Arrigo non era bastevole per poter sottoscrivere legalmente tale documento: veniva considerata un'età immatura.
Il Baronio deve infine spiegarci come mai i Veneziani avrebbero dovuto, di tutte le numerose battaglie compiute contro altre numerose nazioni e popolazioni, quali Narentani, Saraceni, Normanni, Slavi e Pisani, inventarsi proprio quella battaglia a Salvore, dove i veneziani si azzuffano con solo 30 galee...


Forse per acquistar titolo di dominio sopra il mare Adriatico? Ma la Signoria di Venezia sopra il mare Adriatico ha più antiche radici, e fu comprata col sangue e i tesori del Principato, come abbiamo scritto nella precedente dissertazione.

Gli storici negatori dovranno tirare fuori il primo, a loro dire, falsificatore. Ce ne sarà pur stato uno come primo. E che non fu mai però contraddetto da nessuno storico in Italia.
Di questa controversia sulla battaglia di Salvore parlano numerosi scrittori: Bardi, Sansovino, Sandi, Cornelio Frangipane, Paolo Sarpi, Fortunato Olmo, Giulio Paci, Giovanni Palazio, e Francesco Zamboni.
Parafrasi dall'originale a cura di Marco Girardi

Note

Nota 1 - La Chiesa di punta Salvore, secondo la rivista specializzata "l'Archeografo Triestino" del 1968, fu rinnovata nel 1826, infatti oggi la chiesa ha uno stile neoclassico. In quell'occasione fu distrutta l'epigrafe, forse perché la monarchia austroungarica malvedeva quell'inno alla Veneta Repubblica e ai suoi successi.
Nella chiesa si conservava anche un dipinto di Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo) che raffigurava la battaglia di Salvore, poi trasferito nella Sala del Consiglio Comunale di Pirano.
In proposito citiamo, dalle pagine Web del Museo del mare Sergej Mašera di Pirano:


Nel Museo del mare di Pirano sono conservate soltanto due fotografie di un'incisione di Domenico Rossetti raffigurante La Battaglia di Salvore (carta, cm 44,5 x 58,5), l'incisione originale venne rubata al Museo negli anni '70.
In calce alla fotografia la scritta dattiloscritta:
...
La battaglia di Salvore Doge Sebastiao Ziani contro Ottone Figlio di Federico Barbarossa epoca nel Maggio 1177. .....Vittoria..... a Pirano per la Serenissima Repubblica di Venezia Contro Ottone Figlio dell'Imperatore Federico Barbarossa nella Sala del Gran Consiglio.... Epoca. Nel Maggio 1177. Doge Sebastiano Giani.
Il quadro raffigurante La battaglia di Salvore del Tintoretto, dipinto in ricordo del grande evento storico che sarebbe avvenuto nel Golfo di Pirano, ha decorato per oltre due secoli la Sala del Consiglio nel Palazzo comunale di Pirano.
Se dobbiamo credere alle fonti scritte, la tela era di dimensioni eccezionali: alta 11 e lunga 21 piedi (cm 348 X 635), il che confuta la tesi secondo la quale il dipinto sarebbe stato il bozzetto per la tela del Tintoretto nel Palazzo Ducale di Venezia. Si trattava quindi di un' opera monumentale ...
La storia dell'alienazione del dipinto La Battaglia di Salvore è molto complessa e oggetto di ricerca di numerosi storici. Nonostante i loro sforzi non si sa dove si trovi il dipinto.
Dalle fonti si può dedurre che i Piranesi erano molto legati a questo quadro, considerato la rappresentazione di una delle vittorie più gloriose della Repubblica di Venezia, avvenuta proprio di fronte alla loro città, ed anche l'opera di un famoso pittore veneziano, giunto a Pirano da Venezia, il cuore della Repubblica alla quale erano stati fedeli per cinque lunghi secoli.
Per questo motivo i Piranesi non si erano lasciati convincere facilmente dalle nuove autorità austriache a cedere la tela con la scena della gloriosa vittoria marittima veneziana e a sostituirla con i ritratti dell'imperatore d'Austria Francesco II e di suo figlio Ferdinando.
Per la Corte Austriaca, dove il dipinto avrebbe dovuto essere trasportato, trattò con insistenza e diplomazia il Commissario plenipotenziario per l'Istria e la Dalmazia, barone Francesco Maria di Carnea, che nel 1801, dopo 4 anni di tentativi, riuscì a far trasferire il quadro a Vienna.

giovedì 24 settembre 2015

EVIDENZE BIBLIOGRAFICHE SULLA BATTAGLIA DI SALVORE

ricerca personale di Marco Girardi, testo introduttivo e parafrasi coperti da copyright 





CRONACA di Obone de Rusticis – XII-XIII secolo

Obone de Rusticis, prete ravennate, redasse una cronaca storica di cui abbiamo soltanto, a stampa, il finale del libro VII e il libro VIII incompleto; non si è ancora trovato il manoscritto originale.
Il lacerto è a noi noto grazie al lavoro del prete fiorentino Girolamo Bardi che stampò a Venezia nel 1584 un piccolo volume di 154 pagine, nel quale intendeva difendere a spada tratta il racconto della venuta a Venezia di papa Alessandro III in incognito e di come i veneziani affrontarono a punta Salvore la flotta del Barbarossa1.
In questo volume il Bardi allega due ampi estratti della cronaca di Obone, che sono gli unici sopravvissuti fin'ora di tutta la cronaca.

Dell'esistenza di una cronaca più ampia è testimone il Bardi stesso, che definisce i brani come degli estratti: "Ex Obone Ravennate Historico", e "Obonis Ravennatis Historici liber Octavus".
Dal libro del Bardi sappiamo che egli ha visionato tre esemplari manoscritti, conservati uno all'Archivio di San Marco e gli altri due nella biblioteca personale del prelato Jacopo Contarini.

Il lacerto di Obone affronta gli anni dal 1175 al 1777; protagonisti delle vicende narrate sono il Federico I Hohenstaufen (meglio noto come Federico Barbarossa, 1122-1190), imperatore del Sacro Romano Impero , il papa Alessandro III (Rolando Bandinelli,1100- 1181) , e il doge Sebastiano Ziani (1102 -1178).

Di seguito riporto la parafrasi del testo:

LIBRO SETTIMO DELLA STORIA DI OTTONE RAVENNATE

[Federico Barbarossa, sconfitto dai Lombardi, dà la caccia a papa Alessandro III]

Siamo nell'anno 1175 e Federico Barbarossa prepara l'attacco che culminerà nella battaglia di Legnano. Il suo esercito supera al primo disgelo primaverile il passo di Domodossola, si dirige verso Como, dove sarà raggiunto dall'Imperatore, si fermerà in attesa di ulteriori milizie da Pavia. (Como e Pavia erano città alleate all'Imperatore).

I Lombardi esasperati dalle incursioni dell'imperatore fremono nei preparativi di guerra. I Milanesi si armano per primi, seguiti da novaresi e vercellesi, bresciani e bergamaschi.

In una prima scaramuccia, 800 cavalieri milanesi vengono sbaragliati dalle truppe del Barbarossa, per eccesso di esposizione e cattiva disposizione tattica.

In seguito, un alfiere dell'Imperatore, spintosi troppo addentro le linee nemiche, viene ucciso e il suo vessillo di guerra preso dai Lombardi.
Federico furente si muove a cavallo con una schiera di altri cavalieri per riprenderlo. Nello scontro viene disarcionato- e nella concitazione del momento si perdono le sue traccie. Si sparge la voce che sia morto, che produce turbamento fra le sue truppe, cui si contrappone l'entusiasmo invece dei Lombardi.

L'esercito del Barbarossa viene disperso, i fuggiaschi riparano in parte a Como attraverso i boschi, in parte vengono presi nella fuga sul Ticino e uccisi, mentre altri arrivano a Pavia senza armi.
L'imperatore riappare dopo sei giorni, nonostante per due giorni sia stato ricercato in ogni dove. Raduna i soldati fuggiaschi, e aspetta rinforzi dalla Germania.

Ai Lombardi fa intendere di non volersi vendicare, e cambia il nemico da affrontare. Le sue mire bellicose si spostano ora contro il papa Alessandro III, che si trova ad Anagni. Parte e avanza senza impedimenti fino a Roma, per poi dirigersi verso Anagni.

Il Pontefice non p in condizione di affrontarlo e scappa.
Barbarossa cerca di inseguirlo, sospetta che si sia nascosto in Puglia e perlustra tutte le rocche, sottomettendo così buona parte del territorio pugliese.
Non essendo riuscito a scovare il fuggiasco Federico promulga un editto di interdizione contro il Papa.

L'Imperatore passa l'Inverno del 1176 in Puglia, preparandosi allo scontro con un altro suo nemico, l'imperatore di Costantinopoli Emanuele I Comneno.
Allestisce quindi una grossa Flotta a Brindisi,seguendo personalmente i preparativi.

LIBRO OTTAVO DELLA STORIA DI OBONE RAVENNATE

[Papa Alessandro in incognito ripara a Venezia e viene poi riconosciuto e onorato dal doge Ziani]

Papa Alessandro deve decidere dove rifugiarsi, ed ha tre opzioni, in Sicilia, in Francia o a Venezia.
La Sicilia non gli pare sicura: nonostante ora il figlio non nutra nessuna inimicizia verso di lui, non dimentica i dissidi fra il padre e la Sede apostolica.
La Francia non è un luogo sicuro perché, seppur ospitale, non affronterebbe mai l'imperatore in una guerra.
Venezia gli pare una meta possibile; in caso di diffidenza della città verso la sua persona, potrebbe riparare in una città della prima lega Lombarda.

Da Vasto si imbarca così con navi liburniche (istriane) verso Zara per poi arrivare a Venezia.
Qui, travestito da normale chierico, passa la prima notte nella basilica di San Salvatore a Rialto, per poi la notte seguente riparare nel monastero della Carità [ora Accademia di Belle Arti].
Quel complesso era stato costruito da Marco Giuliano ed è meta di pellegrinaggio per gli innumerevoli miracoli impetrati grazie alla mediazione della Madonna.

Un forestiero devoto di nome Commodo, che aveva soggiornato spesso a Roma e ad Anagni, riconosce, durante una funzione religiosa, il Papa nelle vesti di quel dimesso chierico, avendolo spesso sentito parlare durante le udienze pubbliche.

Commodo va dal Doge e in privato gli rivela la presenza del papa in città.
Lo Ziani decide di indire una processione il 25 aprile, giorno in cui a Venezia si festeggia il Santo Patrono, e invita a partecipare ogni chierico di ogni condizione presente in città, tra cui il patriarca di Grado, Enrico Dandolo e Vitale vescovo di Castello. Intanto il Doge fa preparare delle vesti pontificali.

Il giorno della processione il Doge si fa indicare da Commodo la persona del Papa. Gli si inginocchia davanti dopo un solenne discorso e, donategli le vesti pontificali, si incammina con lui verso la chiesa di San Marco.

Il Papa, meravigliato della lieta accoglienza dei veneziani, dona a Venezia il cero bianco e invita il Doge presente e quelli che verranno a usarlo nelle processioni.
Ziani, alla presenza di molti Senatori, muove un alto discorso in cui esprime di nuovo le intenzioni protettive dei veneziani e la necessita di arrivare al più presto alla pace.

[Falliscono le trattative di pace]

Il Papa, sentito il discorso, conferisce al doge Ziani il potere di trattare. Si nominano due ambasciatori che dovranno presentare all'imperatore Federico Barbarossa una lettera e il loro mandato.
Nella lettera il Doge esprime il desiderio che subentri la pace nei rapporti tra Papa e Imperatore.
Ma aggiunge che i veneziani affronterebbero ogni pericolo per ristabilire la Sede apostolica nella sua dignità.
La lettera viene portata al Papa affinché la legga, ma egli fidandosi in estrema misura dei veneziani non vuole farlo.
Mentre si sigilla la lettera, il Papa ordina che sia sigillata col piombo, e che da allora ogni lettera del Doge sia sigillata in questo modo.

Viene portata la lettera all'Imperatore il quale non sembra gradire il contenuto, dice che non può assolutamente riappacificarsi con il Papa e che i veneziani devono consegnarglielo in «pesantissime catene».
I diplomatici veneziani rispondono che questo è impossibile da farsi e che anzi i veneziani piuttosto che farlo affronterebbero qualsiasi pericolo.
Federico sembra irremovibile nei suoi intenti, e i diplomatici tornano a casa senza aver concluso la pace.

Il Doge si premura di rincuorare il Papa, il quale si ritrovava molto sconfortato dopo aver udito i racconti dei diplomatici.
Ribaltando il quadro della situazione il Doge esprime contentezza, è contento del fatto perché è persuaso che la pacificazione avverrà sicuramente, in quanto l'imperatore dovrà lasciarlo libero a Venezia e se muoverà guerra dovrà tentarla o per terra o per mare.
Nel primo caso avrebbe contro le città veronesi che già hanno dato prova di essere in grado di sbaragliare l'esercito dell'Imperatore, nel secondo caso avrebbe contro i veneziani abilissimi sul mare e con Dio dalla loro parte.

Sebastiano Ziani ordina la messa a punto della flotta, perché sia disponibile in caso di necessità.
Da parte sua il Papa la quarta domenica di Quaresima, denominata "di letizia", regala al doge una Rosa come dono pontificio eccezionale. (Questo dono anche in seguito verrà dato solamente a chi si distinguerà come benemerito della Chiesa Cattolica).

Intanto arrivano a Venezia moltissimi cardinali, arcivescovi e vescovi venuti a conoscenza della presenza in laguna del Papa.
Cremona e Tortona, città dapprima alleate col Papa, abilmente sobillate cambiano casacca e si alleano coll'Imperatore.
Gli animi nella compagine degli alleati di Alessandro III diventano agitati, si teme il peggio. Il Pontefice quindi invia lettere di rincoramento, li esorta a combattere, gli ricorda che in sua assenza avevano combattuto valorosamente e vittoriosamente contro l'Imperatore. Egli presagisce adesso una lotta ancora più aspra. E fa sapere che andrà a trovarli presto perché agiscano in futuro con ancora più energia.


[La flotta veneziana sconfigge quella imperiale]

Il Papa va a Ferrara, intenzionato a visitare anche altre città, ma viene fermato dalla notizia, data dagli esploratori, che in Puglia l'imperatore ha armato 75 galee e messo a capo della flotta il figlio Ottone.
Le galee dell'Imperatore sono ormai sulle coste dalmate. Il Papa e il Doge tornano a Venezia repentinamente.
Il Doge fa allestire in fretta 30 triremi, e le arma di equipaggio. Nella popolazione si fa a gara per arruolarsi.
Alessandro III elargisce una indulgenza plenaria agli equipaggi delle navi.
Al Doge consegna lo stocco, un dono che di qui in avanti verrà donato a chi proteggerà la Santa Sede o combatterà per il bene della Cristianità.

Il 15 maggio 1077 il Doge manda alcune navi veloci a perlustrare ed esplorare la rotta della flotta imperiale. Egli rincuora gli equipaggi ricordando loro che i nemici non sono pratici nel combattere in mare, mentre loro rappresentano il meglio della marineria, e che questo gioca a loro favore nonostante siano in un numero impari rispetto agli imperiali.
Continua il discorso rincorante facendo un parallelo con la vicenda degli Spartani contro i Persiani alle Termopili, evidenziando però che l'esercito che hanno contro è di entità minore rispetto a quello persiano.
Salpano le navi e la piccola flotta si dirige verso le coste dell'Istria, per proteggerle da probabili incursioni imperiali, per salvaguardare le rocche e perché la sua costa densa di insenature permette un approdo sicuro in attesa dello scontro.
Ma Ottone si trova già in Istria, non ha arrecato grossi danni all'entroterra, avendo come unico fine quello di assediare Venezia. Il Doge, saputa la posizione di Ottone, decide di cambiare il programma di navigazione e di aspettare Ottone in alto mare.

Intanto Ottone carica le proprie navi di rifornimenti e parte per l'assedio di Venezia da Parenzo. Alle prime luci del giorno incontra con sorpresa la flotta veneziana. E ciò crea grossa inquietudine negli Imperiali, alcuni rimproverano Ottone di non aver mandato navi ad esplorare la rotta, altri vogliono attaccare subito battaglia evidenziando il fatto che i veneziani sono in numero nettamente inferiore al loro.

Ziani si prepara alla battaglia e parte all'attacco, allargando tatticamente le ali della flotta il più possibile.
Per un certo tempo lo scontro procede con varia fortuna, ma poco a poco i veneziani incominciano ad abbordare sempre più navi e a ingaggiare battaglia con sempre più valore, facendo una strage di nemici.
Ottone, impossibilitato a scappare cade prigioniero del Doge.

Dell'intera flotta di Ottone vengono catturate 58 triremi e ne vengono affondate 2, le altre riescono a scappare. Subito si manda la notizia della vittoria a Venezia, facendovi poi ritorno, dopo una breve sosta, il 1° giugno 1077.

[Ottone si fa mediatore di pace tra il padre e papa Alessandro]

Ottone viene condotto dal pontefice. Mentre il Doge abbraccia il Papa quest'ultimo gli dona l'anello d'oro e gli ordina di usarlo nel rito dello Sposalizio del Mare.
Rito che i Veneziani potranno celebrare ogni anno nel giorno dell'Ascensione.
(potrebbe essere interessante qui una osservazione sulla omologazione Cattolica di un rito sostanzialmente sciamanico.

Il Papa si rivolge a Ottone e gli elenca le malefatte del padre contro la Sede apostolica e i risultati negativi e nefasti di questo accanimento.
Ottone con le lacrime agli occhi chiede al Pontefice perdono tramite un discorso in cui riconosce le colpe del padre; allo stesso tempo evidenza la magnanimità del Pontefice che non si accanisce contro l'avversario.
Lo ritiene un comportamento così nobile da poter fare la differenza nel richiedere al padre di porre fine all'accanimento guerriero.
Promette che se non riuscirà a strappare al padre progetti di pace ritornerà dal Pontefice come suo prigioniero.
Alessandro loda il discernimento di Ottone, ed estende alla basilica di San Marco l'indulgenza plenaria perpetua che aveva promesso alla sola flotta prima dell'imbarco.
Indulgenza per tutti quelli che visiteranno la basilica di San Marco il giorno dell'Ascensione, e lo sconto di un settimo della pena a chi ci si rechi entro otto giorni dal giorno dell'Ascensione.
Il Pontefice, dopo aver consultato il Doge e la sua corte, acconsente che Ottone vada dal padre a trattare la pace.
Al padre, Ottone riferirà con un lungo discorso dal bell'eloquio, in cui ripete le argomentazioni portate al Papa.
Fa perno per il suo argomentare sul fatto che Federico stava combattendo una guerra che a Dio non piaceva affatto e che questo era evidente da innumerevoli segni.
Lo incita ad accettare una pace, giusta e finale. Gli rammenta ancora che il papa è imprendibile sia per terra, avendo alleate le città limitrofe a Venezia, che per mare, essendo i veneziani campioni nella guerra navale.

Gli rammenta ancora che il papa è imprendibile sia per terra, avendo alleate le città limitrofe a Venezia, che per mare, essendo i veneziani campioni nella guerra navale. E rammenta il patto fatto ai veneziani e al pontefice di tornare prigioniero se suo padre non avesse accettato la pace. Federico, commosso, abbraccia il figlio. Gli consgena la formula di pace e gli dice di andare subito a Venezia, manderà poi propri ambasciatori e poi verrà lui stesso. Ottone arriva a Venezia il 17 luglio e riferisce dell'incontro avuto con il padre.

[Si conclude la pace – Federico a Venezia]

Gli ambasciatori di Federico arrivano alla vigilia di S. Maddalena, il 21 luglio 1077. Giurano che Federico rispetterà le condizioni imposte dal papa e dal doge per trattare la pace, e pure gli arcivescovi Vicmano di Madreburgo, Filippo di Colonia e Cristiano di Magonza si fanno garanti di questo.

Il figlio del doge, Pietro Ziani, va incontro all'Imperatore Federico a Volana e lo accoglie e accompagna fino a Chioggia dove si incontra con una schiera di nobili mandati dal doge.

Il giorno di sant'Apollinare, il 23 luglio, l'imperatore Federico arriva al monastero di San Nicolò al Lido. Il giorno seguente una delegazione di cardinali incontra l'imperatore e gli chiedono di rinnegare sotto giuramento varie eresie, e dopo che lo fa gli tolgono la scomunica e lo accompagnano ad incontrare papa Alessandro presso la basilica di San Marco. L'imperatore si inginocchia in segno di riverenza e gli bacia i piedi.
Il papa esaltato pronuncia il carme profetico: “Camminerò sopra all'aspide e al basilisco e calpesterò leone e drago”, e l'imperatore Federico ribatte che si è prostrato in riverenza a Pietro e non all'uomo Alessandro. E il pontefice risponde che si era ceduto sia a lui che a Pietro.
Alla fine papa e imperatore si baciano e abbracciano in segno di pace.

Papa e imperatore entrano nella basilica e rinnovano il bacio e l'abbraccio che tutti desideravano vedere.

Il 25 luglio, giorno di San Giacomo, il papa celebra una messa su incitamento dell'imperatore, quest'ultimo finita la celebrazione accompagna il papa a salire su di un cavallo bianco e si pone a destra a fianco della sella a piedi, tenendola stretta come farebbe un servo, e assieme al doge Ziani alla sua sinistra attraversano piazza San Marco.

Il 1 agosto furono rese pubbliche le condizioni di pace trasmesse all'imperatore oer mezzo di Ottone suo figlio:
  • i Veneziani sarebbero stati esenti da tributi in tutti i luoghi dell'impero
  • gli imperiali lo sarebbero stati per mare fino a Venezia, ma a Venezia avrebbero pagato dei tributi
  • A Guglielmo re di Sicilia, fu concessa una pace di 15 anni
  • ai lombardi una tregua di 6 anni
  • Federico entro 3 mesi avrebbe dovuto restituire al pontefice tutti i territori occupati al tempo dello scisma
Le condizioni sono accettate da tutte le parti.

Un nutrito numero di delegati giura siollenemnte che faranno rispettare le condizioni di pace all'Imperatore.

[Pontefice e imperatore lasciano Venezia e si ritrovano poi ad Ancona]

Il Pontefice avrebbe voluto indire un concilio, per rendere pubblici i risultati della pace e i decreti che aveva stabilito. Ma poi non fu stabilito e non se ne conoscono i motivi.

I veneziani, dal canto loro, cercano in tutti i modi di onorare sia il papa che l'imperatore. Rendendo proverbiale il senso di ospitalità dei veneziani.

L'imperatore parte per Ravenna e ripercorre la strada per il quale era arrivato. Cerca di tenere per sé la rocca di Bertinoro, ma il pontefice lo fa desistere e gli impone di rispettare i patti. Saputo che il papa era salpato verso Ancona si dirige anche lui via terra verso quella città.

Il papa intanto prima di partire muove un alto discorso verso l'emerita opera compiuta dai Veneziani. Li proclama pubblicamente figli e difensori di Santa Madre Chiesa. E abbraccia uno ad uno i senatori.

Il giorno seguente parte per Ancona accompagnato personalmente dal doge Ziani che si fa comandante della nave che lo trasporta. Arrivano ad Ancona e sono degnamente accolti con due baldacchini, uno per il papa e l'altro per l'imperatore. Ma il papa per la benemerita opera compiuta dai veneziani, vuole che anche il doge abbia un baldaccchino e dichiara pubblicamente che questo segno distintivo sia attribuito anche ai dogi di Venezia.


Per vie diverse l'imperatore da una parte e il papa assieme al doge per un altra via, vanno verso Roma. All'arrivo delle eminenze il popolo di Roma va incontro al pontefice per dare tutte le prove della sua gioia con otto vessilli, trombe, ecc. ecc.

martedì 6 maggio 2014

L'inizio del diffondersi di una storia divergente


Queste elencate sono frasi di Marco Antonio Sabellico (Vicovaro, 1436 circa – Venezia, 19 aprile 1506) scritte all'interno della sua Historia di Venetia (tradotta in volgare nel 1668 da Giovanni Maria Savioni) che fanno scorgere tra i suoi contemporanei l'inizio della divulgazione di una storia divergente rispetto alle cronache antiche sulla venuta del papa Alessandro III in maniera celata:

  • Questo è l'incipit alla storia sulla venuta di Alessandro III. Il Sabellico tende subito a precisare la presenza di una "congiura" contro la storia antica:

    pg. 93, 3 paragrafo “Al la descittion della quale in vero io sarei stato più dubbioso, vedendo d'alcuni scrittori del nostro secolo tal cosa non esser molto divulgata, se le Historie Venetiane, le quali tutte sono in ciò conformi & ancora le domestiche & forestiere non mi avessero esortato a far.”

  • Qui ci informa del fatto che alcuni storici avrebbero divulgato il fatto che papa Alessandro III sarebbe arrivato a Venezia in forma manifesta e con pompa pontificia, ma questi discorsi oltre che secondo il Sabellico inventati non reggono il confronto con la logica:

    pg. 94, 3° paragrafo: “I scritttori forestietri dicono, che con galee del Re Guglielmo venisse a Venetia, & non fuggendo; ma che nella città libera tornasse in gratia con Federico, perciocchè era ordinato, che amendue si trovassero in questo luogo. Ma se così è, come questi dicono, non intendo, perché fosse bisogno di così grossa armata, la quale non solo havrebbe potuto portare la piccola famiglia, che all'hora haueua il pontefice, ma ancora tutta Roma, la quale a quei tempi era con poca gente. Oltra di questo, perché bisgonava andar per tanto lungo, & pericoloso navigare; più tosto doueua egli ricercar di venire securamente per il ducato di Spoelto & per la Marca. Ma non è dubbio che egli non si sarebbe mosso a scorrer tanti pericoli, se non fusse stato la cagione di schifar maggior danno: onde perché ogni luogo gli era nemico per il comandamento di Federico, con habito non conosciuto, overo con quell'armata, che perioche ancora (gli nostri scrittori questo non si negano) fu bisogno che venisse a Venezia.”

  • Gli innumerevoli doni simbolici dati al doge Sebastiano Ziani da papa Alessandro III (stocco, la rosa, il cero, l'anello, l'ombrello, le otto trombe d'argento e gli otto vessilli) sono contestati dagli storici contemporanei del Sabellico in quanto creduti frutto di un altra genesi:

    pg. 97 “Del dono delle otto trombe d'argento e degli otto vessilli: (Io so certo esser alcuni che stimano che tal cose per un'altra via fosser acquistate, ma le Historie antiche dei venetiani questo contengono, che detto habbiamo.”