Questo breve saggio chiarisce una diatriba accesa da alcuni autori sulla veridicità dei fatti della Battaglia di Salvore, che portarono il Papa Alessandro III ad apporre il crisma Papale sulla cerimonia dello Sposalizio di Venezia con il Mare in occasione della Festa della Sensa, e a consegnare alla Repubblica lo Stocco di difensore della Cristianità.
Dalle pagine relative alla battaglia di Salvore (86 - 100), del Tomo Primo del “Saggio sulla Storia Civile, Politica, Ecclesiastica e sulla Corografia e Topografia degli Stati della Repubblica di Venezia, ad uso della nobile e civile gioventù”, pubblicato dall'abate Cristoforo Tentori nel 1785.
3a Dissertazione
sulla vittoria navale ottenuta dai Veneziani contra la Flotta di
Federico Barbarossa nell'anno 1177
di Cristoforo Tentori
Parafrasi
in lingua moderna e integrazioni a cura di Marco Girardi.
-.-
Il celebre cardinale Cesare Baronio,
nei suo "Annali Ecclesiastici" (1588) scrivendo degli
eventi occorsi nell'anno 1177, e l'erudito Felice Cantelori, nella
sua opera critica sopra il libro di Fortunato Olmo, negano l'occulta
fuga del Papa Alessandro III da Roma per fuggire dall'imperatore
Federico I, detto il Barbarossa, il nascondimento del papa a Venezia,
e la vittoria navale dei veneziani nella battaglia di Salvore,
conseguita sotto il comando del doge Sebastiano Ziani contro
l'imperatore Barbarossa.
Non c'è nessun interesse a discettare
sulla veridicità o meno del nascondimento a Venezia del papa
Alessandro III, in quanto questa vicenda ha poca importanza e pochi
riflessi. La controversia più rilevante è invece quella riguardante
la battaglia di Salvore.
La convinzione che la battaglia non fu
mai combattuta è radicata nel testo del cardinal Cesare Baronio, e
si fonda sul fatto che non ne parlano due autori ritenuti coevi ai
fatti incriminati, che sono l'Autore Anonimo della vita di Alessandro
III, e l'arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna, che fu
ambasciatore del regno di Sicilia durante la pace di Venezia.
Analizziamo il primo autore, l'Autore
Anonimo.
Molti sono gli elementi da cui si deduce che l'autore
della vita di Alessandro III non sia stato un contemporaneo ai fatti
che egli narra.
Egli scrisse le vite di altri papi
partendo da Leone IX (pontificato 1049 – 1054), sbagliando nel
riportare gli anni dell'elezione e della vita di quei papi, e questi
errori sono presenti anche nella biografia di Alessandro III, tanto
che il cardinal Baronio stesso a più riprese lo corregge.
La
logica imporrebbe che se fosse stato coevo a Alessandro III avrebbe
dovuto riportare le date di nascita, di elezione al soglio
pontificio, e di morte senza errori.
Come lo stesso cardinal Baronio
riporta, l'Anonimo Autore nello scrivere le biografie dei
predecessori di Alessandro III copia da altri autori, in particolare
da Pietro Diacono (1107 - 1159) e da Pandolfo (sec. XI - -
1138).
La logica suggerisce che potrebbe aver
utilizzato lo stesso metodo anche nello scrivere la biografia di
Alessandro III, quindi utilizzando testi di altri autori.
Un'analisi stilistica della biografia
di Alessandro III fa rilevare, inoltre, che quando copia è lungo e
prolisso, mentre dove non copia è breve nello stile e parco di
informazioni; nel caso della descrizione degli ultimi tre anni di
vita di Alessandro III addirittura non rileva nulla.
Se fosse
stato contemporaneo a questi fatti avrebbe dovuto e potuto scrivere
almeno qualche parola.
Altri storici veneziani riportano
quanto ho appena detto, in particolare è interessante quanto dice
Vettor Sandi, nel suo articolo V, capitolo IV del Libro 3.
Per tali logiche deduzioni questo
autore non merita l'epiteto di autore originale e testimone oculare
agli eventi che narra.
L'altro autore a cui si abbevera il
cardinal Baronio è Romualdo II Guarna, arcivescovo di Salerno e
anch'egli non fa menzione della battaglia avvenuta nei pressi di
punta Salvore.
Il Baronio lo reputa un testimone
accreditato in quanto fu ambasciatore a Venezia di Guglielmo II di
Sicilia durante le trattative che precedettero la pace tra
l'imperatore Barbarossa e il papa Alessandro III.
Si suppone sia
l'autore della Cronaca Salernitana, opera che venne custodita presso
la Chiesa di Salerno per poi nel 1619 essere incamerata nella
biblioteca vaticana.
Questa cronaca, come Vettor Sandi
stesso afferma, è piena zeppa di contraddizioni ed errori tali da
ritenerla opera di uno scrittore più tardo.
I numerosi errori riguardano la Storia
della Chiesa, la storia del Sacro Romano Impero, la storia del Regno
di Sicilia e dei suoi re. Questi ultimi errori compiuti nonostante
fosse nativo, suddito e dotto prelato del Regno di Sicilia.
Inoltre la cronaca è infarcita di
encomi e lodi alla propria persona, e riguardano il magnificare la
propria prudenza, la propria erudizione letteraria e la propria
dignità. Un atteggiamento così civettuolo e vanitoso non è
auspicabile in un ambasciatore che ebbe a trattare materie così
delicate, come dovette fare durante le trattative che sfociarono poi
nella pace di Venezia.
Le possibilità in merito
all'attribuzione di paternità della Cronaca Salernitana
all'arcivescovo Romualdo sono essenzialmente tre:
Che sia stata falsamente attribuita
all'arcivescovo Romualdo.
Che durante la custodia presso la
Chiesa di Salerno, custodia che durò quattrocento anni, l'opera sia
stata manipolata varie volte come succede ed è successo a molti
manoscritti.
Che se è stato realmente l'arcivescovo
Romualdo l'autore della Cronaca Salernitana, non bisogna scordarci
che egli era Normanno e cittadino del Regno di Sicilia: allora il
Regno di Sicilia era nemico di Venezia, e il non riportare nella
propria cronaca la vittoria veneziana presso Punta Salvore potrebbe
trovare un senso in tale inimicizia.
Le affermazioni del cardinal Baronio,
possiamo in ultima analisi affermare, mancano totalmente di valore
perché si basano su manoscritti di dubbia autorità.
Di storici invece che affermano che la
Battaglia di Salvore fu realmente combattuta ne abbiamo un numero
tale da poterla ritenere un evento storico realmente accaduto.
Ma se questo non bastasse, possiamo
portare a testimonianza la presenza di una lapide commemorativa
presente sopra la Chiesa di San Giovanni nei pressi della città di
Salvore (oggi Savudrja), che ricordava la presenza di una indulgenza
data da Alessandro III in seguito alla vittoria dei Veneziani contro
la flotta degli Imperiali di Federico I nel mare vicino al
promontorio di Punta Salvore, come anche le riconferme di detta
indulgenza comminate da Papa Eugenio IV nel 1437 e da Papa Pio II nel
1458. (1)
Possiamo portare a riprova anche la
lapide commemorativa che era presente sulla tomba del doge Sebastiano
Ziani nella Chiesa di San Giorgio a Venezia, che parla ovviamente
della battaglia vinta a Salvore. Questa iscrizione ora non più
presente a seguito del rifacimento della chiesa, ma il suo testo
venne raccolto da Lorenzo Scradero nel suo volume dedicato alle
Iscrizioni Lapidarie presenti in Italia pubblicato nel 1559.
Lo stesso storico e doge Andrea Dandolo
riporta nei suoi scritti l'esistenza di tale iscrizione sulla tomba
del suo predecessore, e all'epoca in cui scrive, il 1340, la
definisce come Antica.
Ma altre prove possiamo portare a
nostro favore.
Il Bardi ed il Frangipane attestano che
sul principio del XIII secolo, ossia dopo soli 52 anni dai fatti che
stiamo esaminando, nella sala del Maggior Consiglio dentro il palazzo
Ducale a Venezia, veniva dipinta in varie scene la vittoria navale
nella battaglia di Punta Salvore.
Come si sarebbe potuto dopo così
soli pochi anni dalla Pace di Venezia dipingere una scena inventata
per solo capriccio?
Contando per di più che i quadri
furono commissionati da un organo così nobile e serio qual'era il
Veneto Principato e soprattutto poi pensando che i quadri sarebbero
stati al cospetto di numerosissime nazioni con le quali in quei tempi
la Repubblica di Venezia intratteneva rapporti commerciali.
Si aggiunga inoltre che dimorarono a
Venezia vari imperatori tedeschi, anni dopo la controversa battaglia,
che seppur non appartenevano alla casata Sveva di sicuro non
avrebbero accettato senza dolersene dell'esposizione di un fatto mai
avvenuto, in cui per giunta si vedeva un proprio predecessore
soccombere, e avrebbero come minimo pubblicizzato la propria
doglianza per mezzo di qualche scrittore.
La battaglia di Salvore, inoltre
ancora, fu dipinta in affresco anche nel palazzo del Comune a Siena,
patria di papa Alessandro III.
Pure ad Augusta fu data pubblica
visione di una pittura che illustrava gli eventi della battaglia a
Punta Salvore e dove l'imperatore era raffigurato come soccombente.
Lo testimoniano vari scrittori stranieri.
La storia della battaglia di punta
Salvore è ampiamente descritta dal prete ravennate Obone, il cui
manoscritto il Bardi afferma di aver visionato e di cui ha riportato
il testo nel suo libro; anche il vescovo di Milo, Giovanni Ferretti,
dice di aver visionato detto manoscritto nella Biblioteca Vaticana.
Riporta le stesse verità storiche il
manoscritto copiato dal Vescovo capitense Giacopo, allora
luogotenente a Roma, con il papato ad Avignone. Il testo copiato
venne inviato dal vescovo al doge Giovanni Delfino nel 1359.
Anche moltissimi annali di province e
città tedesche che il Bardi cita nel suo volume, riportano la
sconfitta navale dell'imperatore Barbarossa nella battaglia di
Salvore.
Queste testimonianze sono da ritenersi ancor più
importanti e veritiere dato che sono da riferirsi a una nazione che
avrebbe avuto l'interesse a negare l'esistenza di tale battaglia
piuttosto che a pubblicizzarla.
Vediamo poi il segretario
dell'imperatore Federico II di Svevia, Pietro dalle Vigne, citato dal
Sigonio e dal Bovio, che nel 1239, poco più che sessantanni dopo i
fatti, scrive sia della Battaglia di Punta Salvore che della vittoria
dei Veneziani.
Gli stessi avvenimenti vengono
descritti dal Nicardo, che viene citato da Bernardino Corio nella sua
Storia di Milano. Il Corio era milanese e avrebbe avuto tutto
l'interesse a citare soltanto i fatti di Legnano e a nascondere la
sconfitta navale di Salvore che i veneziani inflissero
all'imperatore.
Da notare che pure Alberto Cranzio,
scrittore diligente di storia germanica, lodato anche dallo stesso
cardinal Baronio, riporta i fatti della battaglia navale.
Vogliamo anche ricordare che gli
avvenimenti storici della battaglia di Salvore sono dipinti in
affresco nelle stanze vaticane, e si sa a quanto esame la Corte
Romana ponga i propri atti prima di attuarli.
Infatti fu indetta
nel '500 da papa Pio IV una commissione cardinalizia per la
realizzazione degli affreschi, a cui partecipò anche il cardinal
Sirleto.
Qualche malevolo può far notare che partecipò a detta
commissione anche un cardinale veneziano, Marco Antonio da Mula, ma
fu necessario in quanto esperto di storia patria, e comunque la
decisione sul contenuto di detti affreschi fu votata e non fu perciò
approvata in seguito all'arbitrio di un solo cardinale (si noti anche
che il Da Mula, ex-Ambasciatore Veneto presso la Santa Sede,
accettando il Cardinalato si era inimicato il Governo Veneziano, che
non lo perdonò mai. N.d.E.).
Erano comunque custoditi nella
Biblioteca vaticana i famosi scritti dell'Autore Anonimo e del
vescovo Romualdo, tanto elogiati dal cardinal Baronio, che vennero
sicuramente analizzanti anche dai cardinali.
Dopo le dovute
esaminazioni, l'incarico di affrescare le scene della battaglia di
Salvore venne dato al pittore Giuseppe Salviati. Le stanze vaticane
dove le pitture vennero realizzate erano aperte al pubblico, esposte
perciò agli occhi anche dei Letterati che transitavano per Roma.
Vediamo perciò le "imposture
veneziane", come il Baronio le epiteta, venire rese autentiche
dalla Corte Romana.
Su altri due punti si concentrano i
detrattori: sull'età di Ottone, figlio del Barbarossa, che secondo
le cronache ebbe il comando della flotta imperiale, e sul non aver
mai avuto il Barbarossa una flotta navale.
Concentriamoci sul primo punto. I
detrattori affermano che Federico I avrebbe preso in moglie Beatrice
figlia di Rinaldo, conte di Borgogna solo nel 1162 e che il figlio
Ottone nacque un anno dopo, e che perciò avesse solo 14 anni
all'epoca della battaglia a Salvore. Altri affermano che all'epoca
della battaglia Ottone avesse solo otto anni.
Tuttavia, storici quali il Sigonio, il
Vigner, il Guntero il Nauclero ed altri, riportati dal Bardi,
affermano che le nozze dell'imperatore con Beatrice avvennero nel
1159 e che quindi, all'epoca dei fatti, Ottone aveva 18 anni.
Età
sufficiente, a quel tempo, per assolvere il ruolo di comandante della
flotta imperiale.
Per quanto riguarda l'origine di
quest'ultima, viene talvolta contestato che Federico I non avesse una
propria flotta navale. Si deve però ricordare che l'imperatore
poteva contare sull'appoggio di altre Nazioni marittime rivali dei
Veneziani. Tra queste Genova, Ancona e Pisa che avrebbero potuto
prestargli parte del naviglio necessario all'impresa.
Il Sigonio afferma che nel 1176 Arrigo,
il secondogenito del Barbarossa, aveva 11 anni e suppone così che
Ottone, terzogenito, non avesse l'età adatta al generalato.
Ma il Sigonio non produce prove sulla
data di nascita di Arrigo; anche dove afferma che a 5 anni, nel 1170,
fosse diventato re dei Romani e dei Tedeschi, questo suo
convincimento non è suffragato da alcun documento o logica
deduzione.
Chiediamo al Sigonio di portarci dette prove, perché
sulla base di questa sua infondata affermazione, altri Autori
vorrebbero false le storie narrate dai veneti storici sopra la
battaglia navale di Salvore.
Ottone di Frisinga afferma che Arrigo
avrebbe sottoscritto il giuramento che precedette la pace di Venezia
e che pose momentanea pace tra il padre, i Normanni e i Longobardi,
nel 1176.
Secondo le leggi longobarde osservate a quei tempi in
Italia e seguite scrupolosamente dagli imperatori tedeschi, l'età di
11 anni come quella che suppongono avesse Arrigo non era bastevole
per poter sottoscrivere legalmente tale documento: veniva considerata
un'età immatura.
Il Baronio deve infine spiegarci come
mai i Veneziani avrebbero dovuto, di tutte le numerose battaglie
compiute contro altre numerose nazioni e popolazioni, quali
Narentani, Saraceni, Normanni, Slavi e Pisani, inventarsi proprio
quella battaglia a Salvore, dove i veneziani si azzuffano con solo 30
galee...
Forse per acquistar titolo di
dominio sopra il mare Adriatico? Ma la Signoria di Venezia sopra il
mare Adriatico ha più antiche radici, e fu comprata col sangue e i
tesori del Principato, come abbiamo scritto nella precedente
dissertazione.
Gli storici negatori dovranno tirare
fuori il primo, a loro dire, falsificatore. Ce ne sarà pur stato uno
come primo. E che non fu mai però contraddetto da nessuno storico in
Italia.
Di questa controversia sulla battaglia
di Salvore parlano numerosi scrittori: Bardi, Sansovino, Sandi,
Cornelio Frangipane, Paolo Sarpi, Fortunato Olmo, Giulio Paci,
Giovanni Palazio, e Francesco Zamboni.
Parafrasi dall'originale a cura di
Marco Girardi
Note
Nota
1 - La Chiesa di punta Salvore, secondo la
rivista specializzata "l'Archeografo Triestino" del 1968,
fu rinnovata nel 1826, infatti oggi la chiesa ha uno stile
neoclassico. In quell'occasione fu distrutta l'epigrafe, forse perché
la monarchia austroungarica malvedeva quell'inno alla Veneta
Repubblica e ai suoi successi.
Nella chiesa si conservava anche un
dipinto di Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo) che raffigurava la
battaglia di Salvore, poi trasferito nella Sala del Consiglio
Comunale di Pirano.
In proposito citiamo, dalle pagine
Web del Museo del mare Sergej Mašera di Pirano:
Nel Museo del mare di Pirano sono
conservate soltanto due fotografie di un'incisione di Domenico
Rossetti raffigurante La Battaglia di Salvore (carta, cm 44,5 x
58,5), l'incisione originale venne rubata al Museo negli anni '70.
In
calce alla fotografia la scritta dattiloscritta:
...
La
battaglia di Salvore Doge Sebastiao Ziani contro Ottone Figlio di
Federico Barbarossa epoca nel Maggio 1177. .....Vittoria..... a
Pirano per la Serenissima Repubblica di Venezia Contro Ottone Figlio
dell'Imperatore Federico Barbarossa nella Sala del Gran Consiglio....
Epoca. Nel Maggio 1177. Doge Sebastiano Giani.
Il quadro
raffigurante La battaglia di Salvore del Tintoretto, dipinto in
ricordo del grande evento storico che sarebbe avvenuto nel Golfo di
Pirano, ha decorato per oltre due secoli la Sala del Consiglio nel
Palazzo comunale di Pirano.
Se dobbiamo credere alle fonti
scritte, la tela era di dimensioni eccezionali: alta 11 e lunga 21
piedi (cm 348 X 635), il che confuta la tesi secondo la quale il
dipinto sarebbe stato il bozzetto per la tela del Tintoretto nel
Palazzo Ducale di Venezia. Si trattava quindi di un' opera
monumentale ...
La storia dell'alienazione del dipinto La
Battaglia di Salvore è molto complessa e oggetto di ricerca di
numerosi storici. Nonostante i loro sforzi non si sa dove si trovi il
dipinto.
Dalle fonti si può dedurre che i Piranesi erano molto
legati a questo quadro, considerato la rappresentazione di una delle
vittorie più gloriose della Repubblica di Venezia, avvenuta proprio
di fronte alla loro città, ed anche l'opera di un famoso pittore
veneziano, giunto a Pirano da Venezia, il cuore della Repubblica alla
quale erano stati fedeli per cinque lunghi secoli.
Per questo
motivo i Piranesi non si erano lasciati convincere facilmente dalle
nuove autorità austriache a cedere la tela con la scena della
gloriosa vittoria marittima veneziana e a sostituirla con i ritratti
dell'imperatore d'Austria Francesco II e di suo figlio
Ferdinando.
Per la Corte Austriaca, dove il dipinto avrebbe dovuto
essere trasportato, trattò con insistenza e diplomazia il
Commissario plenipotenziario per l'Istria e la Dalmazia, barone
Francesco Maria di Carnea, che nel 1801, dopo 4 anni di tentativi,
riuscì a far trasferire il quadro a Vienna.
Questo breve saggio chiarisce una diatriba accesa da alcuni autori sulla veridicità dei fatti della Battaglia di Salvore, che portarono il Papa Alessandro III ad apporre il crisma Papale sulla cerimonia dello Sposalizio di Venezia con il Mare in occasione della Festa della Sensa, e a consegnare alla Repubblica lo Stocco di difensore della Cristianità.
Dalle pagine relative alla battaglia di Salvore (86 - 100), del Tomo Primo del “Saggio sulla Storia Civile, Politica, Ecclesiastica e sulla Corografia e Topografia degli Stati della Repubblica di Venezia, ad uso della nobile e civile gioventù”, pubblicato dall'abate Cristoforo Tentori nel 1785.
3a Dissertazione
sulla vittoria navale ottenuta dai Veneziani contra la Flotta di
Federico Barbarossa nell'anno 1177
di Cristoforo Tentori
Parafrasi
in lingua moderna e integrazioni a cura di Marco Girardi.
-.-
Il celebre cardinale Cesare Baronio,
nei suo "Annali Ecclesiastici" (1588) scrivendo degli
eventi occorsi nell'anno 1177, e l'erudito Felice Cantelori, nella
sua opera critica sopra il libro di Fortunato Olmo, negano l'occulta
fuga del Papa Alessandro III da Roma per fuggire dall'imperatore
Federico I, detto il Barbarossa, il nascondimento del papa a Venezia,
e la vittoria navale dei veneziani nella battaglia di Salvore,
conseguita sotto il comando del doge Sebastiano Ziani contro
l'imperatore Barbarossa.
Non c'è nessun interesse a discettare
sulla veridicità o meno del nascondimento a Venezia del papa
Alessandro III, in quanto questa vicenda ha poca importanza e pochi
riflessi. La controversia più rilevante è invece quella riguardante
la battaglia di Salvore.
La convinzione che la battaglia non fu
mai combattuta è radicata nel testo del cardinal Cesare Baronio, e
si fonda sul fatto che non ne parlano due autori ritenuti coevi ai
fatti incriminati, che sono l'Autore Anonimo della vita di Alessandro
III, e l'arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna, che fu
ambasciatore del regno di Sicilia durante la pace di Venezia.
Analizziamo il primo autore, l'Autore
Anonimo.
Molti sono gli elementi da cui si deduce che l'autore
della vita di Alessandro III non sia stato un contemporaneo ai fatti
che egli narra.
Egli scrisse le vite di altri papi
partendo da Leone IX (pontificato 1049 – 1054), sbagliando nel
riportare gli anni dell'elezione e della vita di quei papi, e questi
errori sono presenti anche nella biografia di Alessandro III, tanto
che il cardinal Baronio stesso a più riprese lo corregge.
La
logica imporrebbe che se fosse stato coevo a Alessandro III avrebbe
dovuto riportare le date di nascita, di elezione al soglio
pontificio, e di morte senza errori.
Come lo stesso cardinal Baronio
riporta, l'Anonimo Autore nello scrivere le biografie dei
predecessori di Alessandro III copia da altri autori, in particolare
da Pietro Diacono (1107 - 1159) e da Pandolfo (sec. XI - -
1138).
La logica suggerisce che potrebbe aver
utilizzato lo stesso metodo anche nello scrivere la biografia di
Alessandro III, quindi utilizzando testi di altri autori.
Un'analisi stilistica della biografia
di Alessandro III fa rilevare, inoltre, che quando copia è lungo e
prolisso, mentre dove non copia è breve nello stile e parco di
informazioni; nel caso della descrizione degli ultimi tre anni di
vita di Alessandro III addirittura non rileva nulla.
Se fosse
stato contemporaneo a questi fatti avrebbe dovuto e potuto scrivere
almeno qualche parola.
Altri storici veneziani riportano
quanto ho appena detto, in particolare è interessante quanto dice
Vettor Sandi, nel suo articolo V, capitolo IV del Libro 3.
Per tali logiche deduzioni questo
autore non merita l'epiteto di autore originale e testimone oculare
agli eventi che narra.
L'altro autore a cui si abbevera il
cardinal Baronio è Romualdo II Guarna, arcivescovo di Salerno e
anch'egli non fa menzione della battaglia avvenuta nei pressi di
punta Salvore.
Il Baronio lo reputa un testimone
accreditato in quanto fu ambasciatore a Venezia di Guglielmo II di
Sicilia durante le trattative che precedettero la pace tra
l'imperatore Barbarossa e il papa Alessandro III.
Si suppone sia
l'autore della Cronaca Salernitana, opera che venne custodita presso
la Chiesa di Salerno per poi nel 1619 essere incamerata nella
biblioteca vaticana.
Questa cronaca, come Vettor Sandi
stesso afferma, è piena zeppa di contraddizioni ed errori tali da
ritenerla opera di uno scrittore più tardo.
I numerosi errori riguardano la Storia
della Chiesa, la storia del Sacro Romano Impero, la storia del Regno
di Sicilia e dei suoi re. Questi ultimi errori compiuti nonostante
fosse nativo, suddito e dotto prelato del Regno di Sicilia.
Inoltre la cronaca è infarcita di
encomi e lodi alla propria persona, e riguardano il magnificare la
propria prudenza, la propria erudizione letteraria e la propria
dignità. Un atteggiamento così civettuolo e vanitoso non è
auspicabile in un ambasciatore che ebbe a trattare materie così
delicate, come dovette fare durante le trattative che sfociarono poi
nella pace di Venezia.
Le possibilità in merito
all'attribuzione di paternità della Cronaca Salernitana
all'arcivescovo Romualdo sono essenzialmente tre:
Che sia stata falsamente attribuita
all'arcivescovo Romualdo.
Che durante la custodia presso la
Chiesa di Salerno, custodia che durò quattrocento anni, l'opera sia
stata manipolata varie volte come succede ed è successo a molti
manoscritti.
Che se è stato realmente l'arcivescovo
Romualdo l'autore della Cronaca Salernitana, non bisogna scordarci
che egli era Normanno e cittadino del Regno di Sicilia: allora il
Regno di Sicilia era nemico di Venezia, e il non riportare nella
propria cronaca la vittoria veneziana presso Punta Salvore potrebbe
trovare un senso in tale inimicizia.
Le affermazioni del cardinal Baronio,
possiamo in ultima analisi affermare, mancano totalmente di valore
perché si basano su manoscritti di dubbia autorità.
Di storici invece che affermano che la
Battaglia di Salvore fu realmente combattuta ne abbiamo un numero
tale da poterla ritenere un evento storico realmente accaduto.
Ma se questo non bastasse, possiamo
portare a testimonianza la presenza di una lapide commemorativa
presente sopra la Chiesa di San Giovanni nei pressi della città di
Salvore (oggi Savudrja), che ricordava la presenza di una indulgenza
data da Alessandro III in seguito alla vittoria dei Veneziani contro
la flotta degli Imperiali di Federico I nel mare vicino al
promontorio di Punta Salvore, come anche le riconferme di detta
indulgenza comminate da Papa Eugenio IV nel 1437 e da Papa Pio II nel
1458. (1)
Possiamo portare a riprova anche la
lapide commemorativa che era presente sulla tomba del doge Sebastiano
Ziani nella Chiesa di San Giorgio a Venezia, che parla ovviamente
della battaglia vinta a Salvore. Questa iscrizione ora non più
presente a seguito del rifacimento della chiesa, ma il suo testo
venne raccolto da Lorenzo Scradero nel suo volume dedicato alle
Iscrizioni Lapidarie presenti in Italia pubblicato nel 1559.
Lo stesso storico e doge Andrea Dandolo
riporta nei suoi scritti l'esistenza di tale iscrizione sulla tomba
del suo predecessore, e all'epoca in cui scrive, il 1340, la
definisce come Antica.
Ma altre prove possiamo portare a
nostro favore.
Il Bardi ed il Frangipane attestano che
sul principio del XIII secolo, ossia dopo soli 52 anni dai fatti che
stiamo esaminando, nella sala del Maggior Consiglio dentro il palazzo
Ducale a Venezia, veniva dipinta in varie scene la vittoria navale
nella battaglia di Punta Salvore.
Come si sarebbe potuto dopo così
soli pochi anni dalla Pace di Venezia dipingere una scena inventata
per solo capriccio?
Contando per di più che i quadri
furono commissionati da un organo così nobile e serio qual'era il
Veneto Principato e soprattutto poi pensando che i quadri sarebbero
stati al cospetto di numerosissime nazioni con le quali in quei tempi
la Repubblica di Venezia intratteneva rapporti commerciali.
Si aggiunga inoltre che dimorarono a
Venezia vari imperatori tedeschi, anni dopo la controversa battaglia,
che seppur non appartenevano alla casata Sveva di sicuro non
avrebbero accettato senza dolersene dell'esposizione di un fatto mai
avvenuto, in cui per giunta si vedeva un proprio predecessore
soccombere, e avrebbero come minimo pubblicizzato la propria
doglianza per mezzo di qualche scrittore.
La battaglia di Salvore, inoltre
ancora, fu dipinta in affresco anche nel palazzo del Comune a Siena,
patria di papa Alessandro III.
Pure ad Augusta fu data pubblica
visione di una pittura che illustrava gli eventi della battaglia a
Punta Salvore e dove l'imperatore era raffigurato come soccombente.
Lo testimoniano vari scrittori stranieri.
La storia della battaglia di punta
Salvore è ampiamente descritta dal prete ravennate Obone, il cui
manoscritto il Bardi afferma di aver visionato e di cui ha riportato
il testo nel suo libro; anche il vescovo di Milo, Giovanni Ferretti,
dice di aver visionato detto manoscritto nella Biblioteca Vaticana.
Riporta le stesse verità storiche il
manoscritto copiato dal Vescovo capitense Giacopo, allora
luogotenente a Roma, con il papato ad Avignone. Il testo copiato
venne inviato dal vescovo al doge Giovanni Delfino nel 1359.
Anche moltissimi annali di province e
città tedesche che il Bardi cita nel suo volume, riportano la
sconfitta navale dell'imperatore Barbarossa nella battaglia di
Salvore.
Queste testimonianze sono da ritenersi ancor più
importanti e veritiere dato che sono da riferirsi a una nazione che
avrebbe avuto l'interesse a negare l'esistenza di tale battaglia
piuttosto che a pubblicizzarla.
Vediamo poi il segretario
dell'imperatore Federico II di Svevia, Pietro dalle Vigne, citato dal
Sigonio e dal Bovio, che nel 1239, poco più che sessantanni dopo i
fatti, scrive sia della Battaglia di Punta Salvore che della vittoria
dei Veneziani.
Gli stessi avvenimenti vengono
descritti dal Nicardo, che viene citato da Bernardino Corio nella sua
Storia di Milano. Il Corio era milanese e avrebbe avuto tutto
l'interesse a citare soltanto i fatti di Legnano e a nascondere la
sconfitta navale di Salvore che i veneziani inflissero
all'imperatore.
Da notare che pure Alberto Cranzio,
scrittore diligente di storia germanica, lodato anche dallo stesso
cardinal Baronio, riporta i fatti della battaglia navale.
Vogliamo anche ricordare che gli
avvenimenti storici della battaglia di Salvore sono dipinti in
affresco nelle stanze vaticane, e si sa a quanto esame la Corte
Romana ponga i propri atti prima di attuarli.
Infatti fu indetta
nel '500 da papa Pio IV una commissione cardinalizia per la
realizzazione degli affreschi, a cui partecipò anche il cardinal
Sirleto.
Qualche malevolo può far notare che partecipò a detta
commissione anche un cardinale veneziano, Marco Antonio da Mula, ma
fu necessario in quanto esperto di storia patria, e comunque la
decisione sul contenuto di detti affreschi fu votata e non fu perciò
approvata in seguito all'arbitrio di un solo cardinale (si noti anche
che il Da Mula, ex-Ambasciatore Veneto presso la Santa Sede,
accettando il Cardinalato si era inimicato il Governo Veneziano, che
non lo perdonò mai. N.d.E.).
Erano comunque custoditi nella
Biblioteca vaticana i famosi scritti dell'Autore Anonimo e del
vescovo Romualdo, tanto elogiati dal cardinal Baronio, che vennero
sicuramente analizzanti anche dai cardinali.
Dopo le dovute
esaminazioni, l'incarico di affrescare le scene della battaglia di
Salvore venne dato al pittore Giuseppe Salviati. Le stanze vaticane
dove le pitture vennero realizzate erano aperte al pubblico, esposte
perciò agli occhi anche dei Letterati che transitavano per Roma.
Vediamo perciò le "imposture
veneziane", come il Baronio le epiteta, venire rese autentiche
dalla Corte Romana.
Su altri due punti si concentrano i
detrattori: sull'età di Ottone, figlio del Barbarossa, che secondo
le cronache ebbe il comando della flotta imperiale, e sul non aver
mai avuto il Barbarossa una flotta navale.
Concentriamoci sul primo punto. I
detrattori affermano che Federico I avrebbe preso in moglie Beatrice
figlia di Rinaldo, conte di Borgogna solo nel 1162 e che il figlio
Ottone nacque un anno dopo, e che perciò avesse solo 14 anni
all'epoca della battaglia a Salvore. Altri affermano che all'epoca
della battaglia Ottone avesse solo otto anni.
Tuttavia, storici quali il Sigonio, il
Vigner, il Guntero il Nauclero ed altri, riportati dal Bardi,
affermano che le nozze dell'imperatore con Beatrice avvennero nel
1159 e che quindi, all'epoca dei fatti, Ottone aveva 18 anni.
Età
sufficiente, a quel tempo, per assolvere il ruolo di comandante della
flotta imperiale.
Per quanto riguarda l'origine di
quest'ultima, viene talvolta contestato che Federico I non avesse una
propria flotta navale. Si deve però ricordare che l'imperatore
poteva contare sull'appoggio di altre Nazioni marittime rivali dei
Veneziani. Tra queste Genova, Ancona e Pisa che avrebbero potuto
prestargli parte del naviglio necessario all'impresa.
Il Sigonio afferma che nel 1176 Arrigo,
il secondogenito del Barbarossa, aveva 11 anni e suppone così che
Ottone, terzogenito, non avesse l'età adatta al generalato.
Ma il Sigonio non produce prove sulla
data di nascita di Arrigo; anche dove afferma che a 5 anni, nel 1170,
fosse diventato re dei Romani e dei Tedeschi, questo suo
convincimento non è suffragato da alcun documento o logica
deduzione.
Chiediamo al Sigonio di portarci dette prove, perché
sulla base di questa sua infondata affermazione, altri Autori
vorrebbero false le storie narrate dai veneti storici sopra la
battaglia navale di Salvore.
Ottone di Frisinga afferma che Arrigo
avrebbe sottoscritto il giuramento che precedette la pace di Venezia
e che pose momentanea pace tra il padre, i Normanni e i Longobardi,
nel 1176.
Secondo le leggi longobarde osservate a quei tempi in
Italia e seguite scrupolosamente dagli imperatori tedeschi, l'età di
11 anni come quella che suppongono avesse Arrigo non era bastevole
per poter sottoscrivere legalmente tale documento: veniva considerata
un'età immatura.
Il Baronio deve infine spiegarci come
mai i Veneziani avrebbero dovuto, di tutte le numerose battaglie
compiute contro altre numerose nazioni e popolazioni, quali
Narentani, Saraceni, Normanni, Slavi e Pisani, inventarsi proprio
quella battaglia a Salvore, dove i veneziani si azzuffano con solo 30
galee...
Forse per acquistar titolo di
dominio sopra il mare Adriatico? Ma la Signoria di Venezia sopra il
mare Adriatico ha più antiche radici, e fu comprata col sangue e i
tesori del Principato, come abbiamo scritto nella precedente
dissertazione.
Gli storici negatori dovranno tirare
fuori il primo, a loro dire, falsificatore. Ce ne sarà pur stato uno
come primo. E che non fu mai però contraddetto da nessuno storico in
Italia.
Di questa controversia sulla battaglia
di Salvore parlano numerosi scrittori: Bardi, Sansovino, Sandi,
Cornelio Frangipane, Paolo Sarpi, Fortunato Olmo, Giulio Paci,
Giovanni Palazio, e Francesco Zamboni.
Parafrasi dall'originale a cura di
Marco Girardi
Note
Nota
1 - La Chiesa di punta Salvore, secondo la
rivista specializzata "l'Archeografo Triestino" del 1968,
fu rinnovata nel 1826, infatti oggi la chiesa ha uno stile
neoclassico. In quell'occasione fu distrutta l'epigrafe, forse perché
la monarchia austroungarica malvedeva quell'inno alla Veneta
Repubblica e ai suoi successi.
Nella chiesa si conservava anche un
dipinto di Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo) che raffigurava la
battaglia di Salvore, poi trasferito nella Sala del Consiglio
Comunale di Pirano.
In proposito citiamo, dalle pagine
Web del Museo del mare Sergej Mašera di Pirano:
Nel Museo del mare di Pirano sono
conservate soltanto due fotografie di un'incisione di Domenico
Rossetti raffigurante La Battaglia di Salvore (carta, cm 44,5 x
58,5), l'incisione originale venne rubata al Museo negli anni '70.
In
calce alla fotografia la scritta dattiloscritta:
...
La
battaglia di Salvore Doge Sebastiao Ziani contro Ottone Figlio di
Federico Barbarossa epoca nel Maggio 1177. .....Vittoria..... a
Pirano per la Serenissima Repubblica di Venezia Contro Ottone Figlio
dell'Imperatore Federico Barbarossa nella Sala del Gran Consiglio....
Epoca. Nel Maggio 1177. Doge Sebastiano Giani.
Il quadro
raffigurante La battaglia di Salvore del Tintoretto, dipinto in
ricordo del grande evento storico che sarebbe avvenuto nel Golfo di
Pirano, ha decorato per oltre due secoli la Sala del Consiglio nel
Palazzo comunale di Pirano.
Se dobbiamo credere alle fonti
scritte, la tela era di dimensioni eccezionali: alta 11 e lunga 21
piedi (cm 348 X 635), il che confuta la tesi secondo la quale il
dipinto sarebbe stato il bozzetto per la tela del Tintoretto nel
Palazzo Ducale di Venezia. Si trattava quindi di un' opera
monumentale ...
La storia dell'alienazione del dipinto La
Battaglia di Salvore è molto complessa e oggetto di ricerca di
numerosi storici. Nonostante i loro sforzi non si sa dove si trovi il
dipinto.
Dalle fonti si può dedurre che i Piranesi erano molto
legati a questo quadro, considerato la rappresentazione di una delle
vittorie più gloriose della Repubblica di Venezia, avvenuta proprio
di fronte alla loro città, ed anche l'opera di un famoso pittore
veneziano, giunto a Pirano da Venezia, il cuore della Repubblica alla
quale erano stati fedeli per cinque lunghi secoli.
Per questo
motivo i Piranesi non si erano lasciati convincere facilmente dalle
nuove autorità austriache a cedere la tela con la scena della
gloriosa vittoria marittima veneziana e a sostituirla con i ritratti
dell'imperatore d'Austria Francesco II e di suo figlio
Ferdinando.
Per la Corte Austriaca, dove il dipinto avrebbe dovuto
essere trasportato, trattò con insistenza e diplomazia il
Commissario plenipotenziario per l'Istria e la Dalmazia, barone
Francesco Maria di Carnea, che nel 1801, dopo 4 anni di tentativi,
riuscì a far trasferire il quadro a Vienna.
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