giovedì 24 settembre 2015

EVIDENZE BIBLIOGRAFICHE SULLA BATTAGLIA DI SALVORE

ricerca personale di Marco Girardi, testo introduttivo e parafrasi coperti da copyright 





CRONACA di Obone de Rusticis – XII-XIII secolo

Obone de Rusticis, prete ravennate, redasse una cronaca storica di cui abbiamo soltanto, a stampa, il finale del libro VII e il libro VIII incompleto; non si è ancora trovato il manoscritto originale.
Il lacerto è a noi noto grazie al lavoro del prete fiorentino Girolamo Bardi che stampò a Venezia nel 1584 un piccolo volume di 154 pagine, nel quale intendeva difendere a spada tratta il racconto della venuta a Venezia di papa Alessandro III in incognito e di come i veneziani affrontarono a punta Salvore la flotta del Barbarossa1.
In questo volume il Bardi allega due ampi estratti della cronaca di Obone, che sono gli unici sopravvissuti fin'ora di tutta la cronaca.

Dell'esistenza di una cronaca più ampia è testimone il Bardi stesso, che definisce i brani come degli estratti: "Ex Obone Ravennate Historico", e "Obonis Ravennatis Historici liber Octavus".
Dal libro del Bardi sappiamo che egli ha visionato tre esemplari manoscritti, conservati uno all'Archivio di San Marco e gli altri due nella biblioteca personale del prelato Jacopo Contarini.

Il lacerto di Obone affronta gli anni dal 1175 al 1777; protagonisti delle vicende narrate sono il Federico I Hohenstaufen (meglio noto come Federico Barbarossa, 1122-1190), imperatore del Sacro Romano Impero , il papa Alessandro III (Rolando Bandinelli,1100- 1181) , e il doge Sebastiano Ziani (1102 -1178).

Di seguito riporto la parafrasi del testo:

LIBRO SETTIMO DELLA STORIA DI OTTONE RAVENNATE

[Federico Barbarossa, sconfitto dai Lombardi, dà la caccia a papa Alessandro III]

Siamo nell'anno 1175 e Federico Barbarossa prepara l'attacco che culminerà nella battaglia di Legnano. Il suo esercito supera al primo disgelo primaverile il passo di Domodossola, si dirige verso Como, dove sarà raggiunto dall'Imperatore, si fermerà in attesa di ulteriori milizie da Pavia. (Como e Pavia erano città alleate all'Imperatore).

I Lombardi esasperati dalle incursioni dell'imperatore fremono nei preparativi di guerra. I Milanesi si armano per primi, seguiti da novaresi e vercellesi, bresciani e bergamaschi.

In una prima scaramuccia, 800 cavalieri milanesi vengono sbaragliati dalle truppe del Barbarossa, per eccesso di esposizione e cattiva disposizione tattica.

In seguito, un alfiere dell'Imperatore, spintosi troppo addentro le linee nemiche, viene ucciso e il suo vessillo di guerra preso dai Lombardi.
Federico furente si muove a cavallo con una schiera di altri cavalieri per riprenderlo. Nello scontro viene disarcionato- e nella concitazione del momento si perdono le sue traccie. Si sparge la voce che sia morto, che produce turbamento fra le sue truppe, cui si contrappone l'entusiasmo invece dei Lombardi.

L'esercito del Barbarossa viene disperso, i fuggiaschi riparano in parte a Como attraverso i boschi, in parte vengono presi nella fuga sul Ticino e uccisi, mentre altri arrivano a Pavia senza armi.
L'imperatore riappare dopo sei giorni, nonostante per due giorni sia stato ricercato in ogni dove. Raduna i soldati fuggiaschi, e aspetta rinforzi dalla Germania.

Ai Lombardi fa intendere di non volersi vendicare, e cambia il nemico da affrontare. Le sue mire bellicose si spostano ora contro il papa Alessandro III, che si trova ad Anagni. Parte e avanza senza impedimenti fino a Roma, per poi dirigersi verso Anagni.

Il Pontefice non p in condizione di affrontarlo e scappa.
Barbarossa cerca di inseguirlo, sospetta che si sia nascosto in Puglia e perlustra tutte le rocche, sottomettendo così buona parte del territorio pugliese.
Non essendo riuscito a scovare il fuggiasco Federico promulga un editto di interdizione contro il Papa.

L'Imperatore passa l'Inverno del 1176 in Puglia, preparandosi allo scontro con un altro suo nemico, l'imperatore di Costantinopoli Emanuele I Comneno.
Allestisce quindi una grossa Flotta a Brindisi,seguendo personalmente i preparativi.

LIBRO OTTAVO DELLA STORIA DI OBONE RAVENNATE

[Papa Alessandro in incognito ripara a Venezia e viene poi riconosciuto e onorato dal doge Ziani]

Papa Alessandro deve decidere dove rifugiarsi, ed ha tre opzioni, in Sicilia, in Francia o a Venezia.
La Sicilia non gli pare sicura: nonostante ora il figlio non nutra nessuna inimicizia verso di lui, non dimentica i dissidi fra il padre e la Sede apostolica.
La Francia non è un luogo sicuro perché, seppur ospitale, non affronterebbe mai l'imperatore in una guerra.
Venezia gli pare una meta possibile; in caso di diffidenza della città verso la sua persona, potrebbe riparare in una città della prima lega Lombarda.

Da Vasto si imbarca così con navi liburniche (istriane) verso Zara per poi arrivare a Venezia.
Qui, travestito da normale chierico, passa la prima notte nella basilica di San Salvatore a Rialto, per poi la notte seguente riparare nel monastero della Carità [ora Accademia di Belle Arti].
Quel complesso era stato costruito da Marco Giuliano ed è meta di pellegrinaggio per gli innumerevoli miracoli impetrati grazie alla mediazione della Madonna.

Un forestiero devoto di nome Commodo, che aveva soggiornato spesso a Roma e ad Anagni, riconosce, durante una funzione religiosa, il Papa nelle vesti di quel dimesso chierico, avendolo spesso sentito parlare durante le udienze pubbliche.

Commodo va dal Doge e in privato gli rivela la presenza del papa in città.
Lo Ziani decide di indire una processione il 25 aprile, giorno in cui a Venezia si festeggia il Santo Patrono, e invita a partecipare ogni chierico di ogni condizione presente in città, tra cui il patriarca di Grado, Enrico Dandolo e Vitale vescovo di Castello. Intanto il Doge fa preparare delle vesti pontificali.

Il giorno della processione il Doge si fa indicare da Commodo la persona del Papa. Gli si inginocchia davanti dopo un solenne discorso e, donategli le vesti pontificali, si incammina con lui verso la chiesa di San Marco.

Il Papa, meravigliato della lieta accoglienza dei veneziani, dona a Venezia il cero bianco e invita il Doge presente e quelli che verranno a usarlo nelle processioni.
Ziani, alla presenza di molti Senatori, muove un alto discorso in cui esprime di nuovo le intenzioni protettive dei veneziani e la necessita di arrivare al più presto alla pace.

[Falliscono le trattative di pace]

Il Papa, sentito il discorso, conferisce al doge Ziani il potere di trattare. Si nominano due ambasciatori che dovranno presentare all'imperatore Federico Barbarossa una lettera e il loro mandato.
Nella lettera il Doge esprime il desiderio che subentri la pace nei rapporti tra Papa e Imperatore.
Ma aggiunge che i veneziani affronterebbero ogni pericolo per ristabilire la Sede apostolica nella sua dignità.
La lettera viene portata al Papa affinché la legga, ma egli fidandosi in estrema misura dei veneziani non vuole farlo.
Mentre si sigilla la lettera, il Papa ordina che sia sigillata col piombo, e che da allora ogni lettera del Doge sia sigillata in questo modo.

Viene portata la lettera all'Imperatore il quale non sembra gradire il contenuto, dice che non può assolutamente riappacificarsi con il Papa e che i veneziani devono consegnarglielo in «pesantissime catene».
I diplomatici veneziani rispondono che questo è impossibile da farsi e che anzi i veneziani piuttosto che farlo affronterebbero qualsiasi pericolo.
Federico sembra irremovibile nei suoi intenti, e i diplomatici tornano a casa senza aver concluso la pace.

Il Doge si premura di rincuorare il Papa, il quale si ritrovava molto sconfortato dopo aver udito i racconti dei diplomatici.
Ribaltando il quadro della situazione il Doge esprime contentezza, è contento del fatto perché è persuaso che la pacificazione avverrà sicuramente, in quanto l'imperatore dovrà lasciarlo libero a Venezia e se muoverà guerra dovrà tentarla o per terra o per mare.
Nel primo caso avrebbe contro le città veronesi che già hanno dato prova di essere in grado di sbaragliare l'esercito dell'Imperatore, nel secondo caso avrebbe contro i veneziani abilissimi sul mare e con Dio dalla loro parte.

Sebastiano Ziani ordina la messa a punto della flotta, perché sia disponibile in caso di necessità.
Da parte sua il Papa la quarta domenica di Quaresima, denominata "di letizia", regala al doge una Rosa come dono pontificio eccezionale. (Questo dono anche in seguito verrà dato solamente a chi si distinguerà come benemerito della Chiesa Cattolica).

Intanto arrivano a Venezia moltissimi cardinali, arcivescovi e vescovi venuti a conoscenza della presenza in laguna del Papa.
Cremona e Tortona, città dapprima alleate col Papa, abilmente sobillate cambiano casacca e si alleano coll'Imperatore.
Gli animi nella compagine degli alleati di Alessandro III diventano agitati, si teme il peggio. Il Pontefice quindi invia lettere di rincoramento, li esorta a combattere, gli ricorda che in sua assenza avevano combattuto valorosamente e vittoriosamente contro l'Imperatore. Egli presagisce adesso una lotta ancora più aspra. E fa sapere che andrà a trovarli presto perché agiscano in futuro con ancora più energia.


[La flotta veneziana sconfigge quella imperiale]

Il Papa va a Ferrara, intenzionato a visitare anche altre città, ma viene fermato dalla notizia, data dagli esploratori, che in Puglia l'imperatore ha armato 75 galee e messo a capo della flotta il figlio Ottone.
Le galee dell'Imperatore sono ormai sulle coste dalmate. Il Papa e il Doge tornano a Venezia repentinamente.
Il Doge fa allestire in fretta 30 triremi, e le arma di equipaggio. Nella popolazione si fa a gara per arruolarsi.
Alessandro III elargisce una indulgenza plenaria agli equipaggi delle navi.
Al Doge consegna lo stocco, un dono che di qui in avanti verrà donato a chi proteggerà la Santa Sede o combatterà per il bene della Cristianità.

Il 15 maggio 1077 il Doge manda alcune navi veloci a perlustrare ed esplorare la rotta della flotta imperiale. Egli rincuora gli equipaggi ricordando loro che i nemici non sono pratici nel combattere in mare, mentre loro rappresentano il meglio della marineria, e che questo gioca a loro favore nonostante siano in un numero impari rispetto agli imperiali.
Continua il discorso rincorante facendo un parallelo con la vicenda degli Spartani contro i Persiani alle Termopili, evidenziando però che l'esercito che hanno contro è di entità minore rispetto a quello persiano.
Salpano le navi e la piccola flotta si dirige verso le coste dell'Istria, per proteggerle da probabili incursioni imperiali, per salvaguardare le rocche e perché la sua costa densa di insenature permette un approdo sicuro in attesa dello scontro.
Ma Ottone si trova già in Istria, non ha arrecato grossi danni all'entroterra, avendo come unico fine quello di assediare Venezia. Il Doge, saputa la posizione di Ottone, decide di cambiare il programma di navigazione e di aspettare Ottone in alto mare.

Intanto Ottone carica le proprie navi di rifornimenti e parte per l'assedio di Venezia da Parenzo. Alle prime luci del giorno incontra con sorpresa la flotta veneziana. E ciò crea grossa inquietudine negli Imperiali, alcuni rimproverano Ottone di non aver mandato navi ad esplorare la rotta, altri vogliono attaccare subito battaglia evidenziando il fatto che i veneziani sono in numero nettamente inferiore al loro.

Ziani si prepara alla battaglia e parte all'attacco, allargando tatticamente le ali della flotta il più possibile.
Per un certo tempo lo scontro procede con varia fortuna, ma poco a poco i veneziani incominciano ad abbordare sempre più navi e a ingaggiare battaglia con sempre più valore, facendo una strage di nemici.
Ottone, impossibilitato a scappare cade prigioniero del Doge.

Dell'intera flotta di Ottone vengono catturate 58 triremi e ne vengono affondate 2, le altre riescono a scappare. Subito si manda la notizia della vittoria a Venezia, facendovi poi ritorno, dopo una breve sosta, il 1° giugno 1077.

[Ottone si fa mediatore di pace tra il padre e papa Alessandro]

Ottone viene condotto dal pontefice. Mentre il Doge abbraccia il Papa quest'ultimo gli dona l'anello d'oro e gli ordina di usarlo nel rito dello Sposalizio del Mare.
Rito che i Veneziani potranno celebrare ogni anno nel giorno dell'Ascensione.
(potrebbe essere interessante qui una osservazione sulla omologazione Cattolica di un rito sostanzialmente sciamanico.

Il Papa si rivolge a Ottone e gli elenca le malefatte del padre contro la Sede apostolica e i risultati negativi e nefasti di questo accanimento.
Ottone con le lacrime agli occhi chiede al Pontefice perdono tramite un discorso in cui riconosce le colpe del padre; allo stesso tempo evidenza la magnanimità del Pontefice che non si accanisce contro l'avversario.
Lo ritiene un comportamento così nobile da poter fare la differenza nel richiedere al padre di porre fine all'accanimento guerriero.
Promette che se non riuscirà a strappare al padre progetti di pace ritornerà dal Pontefice come suo prigioniero.
Alessandro loda il discernimento di Ottone, ed estende alla basilica di San Marco l'indulgenza plenaria perpetua che aveva promesso alla sola flotta prima dell'imbarco.
Indulgenza per tutti quelli che visiteranno la basilica di San Marco il giorno dell'Ascensione, e lo sconto di un settimo della pena a chi ci si rechi entro otto giorni dal giorno dell'Ascensione.
Il Pontefice, dopo aver consultato il Doge e la sua corte, acconsente che Ottone vada dal padre a trattare la pace.
Al padre, Ottone riferirà con un lungo discorso dal bell'eloquio, in cui ripete le argomentazioni portate al Papa.
Fa perno per il suo argomentare sul fatto che Federico stava combattendo una guerra che a Dio non piaceva affatto e che questo era evidente da innumerevoli segni.
Lo incita ad accettare una pace, giusta e finale. Gli rammenta ancora che il papa è imprendibile sia per terra, avendo alleate le città limitrofe a Venezia, che per mare, essendo i veneziani campioni nella guerra navale.

Gli rammenta ancora che il papa è imprendibile sia per terra, avendo alleate le città limitrofe a Venezia, che per mare, essendo i veneziani campioni nella guerra navale. E rammenta il patto fatto ai veneziani e al pontefice di tornare prigioniero se suo padre non avesse accettato la pace. Federico, commosso, abbraccia il figlio. Gli consgena la formula di pace e gli dice di andare subito a Venezia, manderà poi propri ambasciatori e poi verrà lui stesso. Ottone arriva a Venezia il 17 luglio e riferisce dell'incontro avuto con il padre.

[Si conclude la pace – Federico a Venezia]

Gli ambasciatori di Federico arrivano alla vigilia di S. Maddalena, il 21 luglio 1077. Giurano che Federico rispetterà le condizioni imposte dal papa e dal doge per trattare la pace, e pure gli arcivescovi Vicmano di Madreburgo, Filippo di Colonia e Cristiano di Magonza si fanno garanti di questo.

Il figlio del doge, Pietro Ziani, va incontro all'Imperatore Federico a Volana e lo accoglie e accompagna fino a Chioggia dove si incontra con una schiera di nobili mandati dal doge.

Il giorno di sant'Apollinare, il 23 luglio, l'imperatore Federico arriva al monastero di San Nicolò al Lido. Il giorno seguente una delegazione di cardinali incontra l'imperatore e gli chiedono di rinnegare sotto giuramento varie eresie, e dopo che lo fa gli tolgono la scomunica e lo accompagnano ad incontrare papa Alessandro presso la basilica di San Marco. L'imperatore si inginocchia in segno di riverenza e gli bacia i piedi.
Il papa esaltato pronuncia il carme profetico: “Camminerò sopra all'aspide e al basilisco e calpesterò leone e drago”, e l'imperatore Federico ribatte che si è prostrato in riverenza a Pietro e non all'uomo Alessandro. E il pontefice risponde che si era ceduto sia a lui che a Pietro.
Alla fine papa e imperatore si baciano e abbracciano in segno di pace.

Papa e imperatore entrano nella basilica e rinnovano il bacio e l'abbraccio che tutti desideravano vedere.

Il 25 luglio, giorno di San Giacomo, il papa celebra una messa su incitamento dell'imperatore, quest'ultimo finita la celebrazione accompagna il papa a salire su di un cavallo bianco e si pone a destra a fianco della sella a piedi, tenendola stretta come farebbe un servo, e assieme al doge Ziani alla sua sinistra attraversano piazza San Marco.

Il 1 agosto furono rese pubbliche le condizioni di pace trasmesse all'imperatore oer mezzo di Ottone suo figlio:
  • i Veneziani sarebbero stati esenti da tributi in tutti i luoghi dell'impero
  • gli imperiali lo sarebbero stati per mare fino a Venezia, ma a Venezia avrebbero pagato dei tributi
  • A Guglielmo re di Sicilia, fu concessa una pace di 15 anni
  • ai lombardi una tregua di 6 anni
  • Federico entro 3 mesi avrebbe dovuto restituire al pontefice tutti i territori occupati al tempo dello scisma
Le condizioni sono accettate da tutte le parti.

Un nutrito numero di delegati giura siollenemnte che faranno rispettare le condizioni di pace all'Imperatore.

[Pontefice e imperatore lasciano Venezia e si ritrovano poi ad Ancona]

Il Pontefice avrebbe voluto indire un concilio, per rendere pubblici i risultati della pace e i decreti che aveva stabilito. Ma poi non fu stabilito e non se ne conoscono i motivi.

I veneziani, dal canto loro, cercano in tutti i modi di onorare sia il papa che l'imperatore. Rendendo proverbiale il senso di ospitalità dei veneziani.

L'imperatore parte per Ravenna e ripercorre la strada per il quale era arrivato. Cerca di tenere per sé la rocca di Bertinoro, ma il pontefice lo fa desistere e gli impone di rispettare i patti. Saputo che il papa era salpato verso Ancona si dirige anche lui via terra verso quella città.

Il papa intanto prima di partire muove un alto discorso verso l'emerita opera compiuta dai Veneziani. Li proclama pubblicamente figli e difensori di Santa Madre Chiesa. E abbraccia uno ad uno i senatori.

Il giorno seguente parte per Ancona accompagnato personalmente dal doge Ziani che si fa comandante della nave che lo trasporta. Arrivano ad Ancona e sono degnamente accolti con due baldacchini, uno per il papa e l'altro per l'imperatore. Ma il papa per la benemerita opera compiuta dai veneziani, vuole che anche il doge abbia un baldaccchino e dichiara pubblicamente che questo segno distintivo sia attribuito anche ai dogi di Venezia.


Per vie diverse l'imperatore da una parte e il papa assieme al doge per un altra via, vanno verso Roma. All'arrivo delle eminenze il popolo di Roma va incontro al pontefice per dare tutte le prove della sua gioia con otto vessilli, trombe, ecc. ecc.

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