EVIDENZE BIBLIOGRAFICHE
SULLA BATTAGLIA DI SALVORE
ricerca personale di Marco Girardi, testo introduttivo e parafrasi coperti da copyright
CRONACA
di Obone de Rusticis – XII-XIII secolo
Obone de
Rusticis, prete ravennate, redasse una cronaca storica di cui abbiamo
soltanto, a stampa, il finale del libro VII e il libro VIII
incompleto; non si è ancora trovato il manoscritto originale.
Il
lacerto è a noi noto grazie al lavoro del prete fiorentino Girolamo
Bardi che stampò a Venezia nel 1584 un piccolo volume di 154 pagine,
nel quale intendeva difendere a spada tratta il racconto della venuta
a Venezia di papa Alessandro III in incognito e di come i veneziani
affrontarono a punta Salvore la flotta del Barbarossa1.
In
questo volume il Bardi allega due ampi estratti della cronaca di
Obone, che sono gli unici sopravvissuti fin'ora di tutta la cronaca.
Dell'esistenza
di una cronaca più ampia è testimone il Bardi stesso, che definisce
i brani come degli estratti: "Ex Obone Ravennate Historico",
e "Obonis Ravennatis Historici liber Octavus".
Dal
libro del Bardi sappiamo che egli ha visionato tre esemplari
manoscritti, conservati uno all'Archivio di San Marco e gli altri
due nella biblioteca personale del prelato Jacopo Contarini.
Il
lacerto di Obone affronta gli anni dal 1175 al 1777; protagonisti
delle vicende narrate sono il Federico I Hohenstaufen (meglio
noto come Federico Barbarossa, 1122-1190), imperatore del
Sacro Romano Impero , il papa
Alessandro III (Rolando Bandinelli,1100- 1181) , e il doge Sebastiano
Ziani (1102 -1178).
Di
seguito riporto la parafrasi del testo:
LIBRO
SETTIMO DELLA STORIA DI OTTONE RAVENNATE
[Federico
Barbarossa, sconfitto dai Lombardi, dà la caccia a papa Alessandro
III]
Siamo
nell'anno 1175 e Federico Barbarossa prepara l'attacco che culminerà
nella battaglia di Legnano. Il suo esercito supera al primo disgelo
primaverile il passo di Domodossola, si dirige verso Como, dove sarà
raggiunto dall'Imperatore, si fermerà in attesa di ulteriori milizie
da Pavia. (Como e Pavia erano città alleate all'Imperatore).
I
Lombardi esasperati dalle incursioni dell'imperatore fremono nei
preparativi di guerra. I Milanesi si armano per primi, seguiti da
novaresi e vercellesi, bresciani e bergamaschi.
In una
prima scaramuccia, 800 cavalieri milanesi vengono sbaragliati dalle
truppe del Barbarossa, per eccesso di esposizione e cattiva
disposizione tattica.
In
seguito, un alfiere dell'Imperatore, spintosi troppo addentro le
linee nemiche, viene ucciso e il suo vessillo di guerra preso dai
Lombardi.
Federico
furente si muove a cavallo con una schiera di altri cavalieri per
riprenderlo. Nello scontro viene disarcionato- e nella concitazione
del momento si perdono le sue traccie. Si sparge la voce che sia
morto, che produce turbamento fra le sue truppe, cui si contrappone
l'entusiasmo invece dei Lombardi.
L'esercito
del Barbarossa viene disperso, i fuggiaschi riparano in parte a Como
attraverso i boschi, in parte vengono presi nella fuga sul Ticino e
uccisi, mentre altri arrivano a Pavia senza armi.
L'imperatore
riappare dopo sei giorni, nonostante per due giorni sia stato
ricercato in ogni dove. Raduna i soldati fuggiaschi, e aspetta
rinforzi dalla Germania.
Ai
Lombardi fa intendere di non volersi vendicare, e cambia il nemico da
affrontare. Le sue mire bellicose si spostano ora contro il papa
Alessandro III, che si trova ad Anagni. Parte e avanza senza
impedimenti fino a Roma, per poi dirigersi verso Anagni.
Il
Pontefice non p in condizione di affrontarlo e scappa.
Barbarossa
cerca di inseguirlo, sospetta che si sia nascosto in Puglia e
perlustra tutte le rocche, sottomettendo così buona parte del
territorio pugliese.
Non
essendo riuscito a scovare il fuggiasco Federico promulga un editto
di interdizione contro il Papa.
L'Imperatore
passa l'Inverno del 1176 in Puglia, preparandosi allo scontro con un
altro suo nemico, l'imperatore di Costantinopoli Emanuele I Comneno.
Allestisce
quindi una grossa Flotta a Brindisi,seguendo personalmente i
preparativi.
LIBRO
OTTAVO DELLA STORIA DI OBONE RAVENNATE
[Papa
Alessandro in incognito ripara a Venezia e viene poi riconosciuto e
onorato dal doge Ziani]
Papa
Alessandro deve decidere dove rifugiarsi, ed ha tre opzioni, in
Sicilia, in Francia o a Venezia.
La
Sicilia non gli pare sicura: nonostante ora il figlio non nutra
nessuna inimicizia verso di lui, non dimentica i dissidi fra il padre
e la Sede apostolica.
La
Francia non è un luogo sicuro perché, seppur ospitale, non
affronterebbe mai l'imperatore in una guerra.
Venezia
gli pare una meta possibile; in caso di diffidenza della città verso
la sua persona, potrebbe riparare in una città della prima lega
Lombarda.
Da Vasto
si imbarca così con navi liburniche (istriane) verso Zara per poi
arrivare a Venezia.
Qui,
travestito da normale chierico, passa la prima notte nella basilica
di San Salvatore a Rialto, per poi la notte seguente riparare nel
monastero della Carità [ora Accademia di Belle Arti].
Quel
complesso era stato costruito da Marco Giuliano ed è meta di
pellegrinaggio per gli innumerevoli miracoli impetrati grazie alla
mediazione della Madonna.
Un
forestiero devoto di nome Commodo, che aveva soggiornato spesso a
Roma e ad Anagni, riconosce, durante una funzione religiosa, il Papa
nelle vesti di quel dimesso chierico, avendolo spesso sentito parlare
durante le udienze pubbliche.
Commodo
va dal Doge e in privato gli rivela la presenza del papa in città.
Lo Ziani
decide di indire una processione il 25 aprile, giorno in cui a
Venezia si festeggia il Santo Patrono, e invita a partecipare ogni
chierico di ogni condizione presente in città, tra cui il patriarca
di Grado, Enrico Dandolo e Vitale vescovo di Castello. Intanto il
Doge fa preparare delle vesti pontificali.
Il
giorno della processione il Doge si fa indicare da Commodo la persona
del Papa. Gli si inginocchia davanti dopo un solenne discorso e,
donategli le vesti pontificali, si incammina con lui verso la chiesa
di San Marco.
Il Papa,
meravigliato della lieta accoglienza dei veneziani, dona a Venezia il
cero bianco e invita il Doge presente e quelli che verranno a usarlo
nelle processioni.
Ziani,
alla presenza di molti Senatori, muove un alto discorso in cui
esprime di nuovo le intenzioni protettive dei veneziani e la
necessita di arrivare al più presto alla pace.
[Falliscono
le trattative di pace]
Il Papa,
sentito il discorso, conferisce al doge Ziani il potere di trattare.
Si nominano due ambasciatori che dovranno presentare all'imperatore
Federico Barbarossa una lettera e il loro mandato.
Nella
lettera il Doge esprime il desiderio che subentri la pace nei
rapporti tra Papa e Imperatore.
Ma
aggiunge che i veneziani affronterebbero ogni pericolo per
ristabilire la Sede apostolica nella sua dignità.
La
lettera viene portata al Papa affinché la legga, ma egli fidandosi
in estrema misura dei veneziani non vuole farlo.
Mentre
si sigilla la lettera, il Papa ordina che sia sigillata col piombo, e
che da allora ogni lettera del Doge sia sigillata in questo modo.
Viene
portata la lettera all'Imperatore il quale non sembra gradire il
contenuto, dice che non può assolutamente riappacificarsi con il
Papa e che i veneziani devono consegnarglielo in «pesantissime
catene».
I
diplomatici veneziani rispondono che questo è impossibile da farsi e
che anzi i veneziani piuttosto che farlo affronterebbero qualsiasi
pericolo.
Federico
sembra irremovibile nei suoi intenti, e i diplomatici tornano a casa
senza aver concluso la pace.
Il Doge
si premura di rincuorare il Papa, il quale si ritrovava molto
sconfortato dopo aver udito i racconti dei diplomatici.
Ribaltando
il quadro della situazione il Doge esprime contentezza, è contento
del fatto perché è persuaso che la pacificazione avverrà
sicuramente, in quanto l'imperatore dovrà lasciarlo libero a Venezia
e se muoverà guerra dovrà tentarla o per terra o per mare.
Nel
primo caso avrebbe contro le città veronesi che già hanno dato
prova di essere in grado di sbaragliare l'esercito dell'Imperatore,
nel secondo caso avrebbe contro i veneziani abilissimi sul mare e con
Dio dalla loro parte.
Sebastiano
Ziani ordina la messa a punto della flotta, perché sia disponibile
in caso di necessità.
Da parte
sua il Papa la quarta domenica di Quaresima, denominata "di
letizia", regala al doge una Rosa come dono pontificio
eccezionale. (Questo dono anche in seguito verrà dato solamente a
chi si distinguerà come benemerito della Chiesa Cattolica).
Intanto
arrivano a Venezia moltissimi cardinali, arcivescovi e vescovi venuti
a conoscenza della presenza in laguna del Papa.
Cremona
e Tortona, città dapprima alleate col Papa, abilmente sobillate
cambiano casacca e si alleano coll'Imperatore.
Gli
animi nella compagine degli alleati di Alessandro III diventano
agitati, si teme il peggio. Il Pontefice quindi invia lettere di
rincoramento, li esorta a combattere, gli ricorda che in sua assenza
avevano combattuto valorosamente e vittoriosamente contro
l'Imperatore. Egli presagisce adesso una lotta ancora più aspra. E
fa sapere che andrà a trovarli presto perché agiscano in futuro con
ancora più energia.
[La
flotta veneziana sconfigge quella imperiale]
Il
Papa va a Ferrara, intenzionato a visitare anche altre città, ma
viene fermato dalla notizia, data dagli esploratori, che in Puglia
l'imperatore ha armato 75 galee e messo a capo della flotta il figlio
Ottone.
Le
galee dell'Imperatore sono ormai sulle coste dalmate. Il Papa e il
Doge tornano a Venezia repentinamente.
Il
Doge fa allestire in fretta 30 triremi, e le arma di equipaggio.
Nella popolazione si fa a gara per arruolarsi.
Alessandro
III elargisce una indulgenza plenaria agli equipaggi delle navi.
Al
Doge consegna lo stocco, un dono che di qui in avanti verrà donato a
chi proteggerà la Santa Sede o combatterà per il bene della
Cristianità.
Il
15 maggio 1077 il Doge manda alcune navi veloci a perlustrare ed
esplorare la rotta della flotta imperiale. Egli rincuora gli
equipaggi ricordando loro che i nemici non sono pratici nel
combattere in mare, mentre loro rappresentano il meglio della
marineria, e che questo gioca a loro favore nonostante siano in un
numero impari rispetto agli imperiali.
Continua
il discorso rincorante facendo un parallelo con la vicenda degli
Spartani contro i Persiani alle Termopili, evidenziando però che
l'esercito che hanno contro è di entità minore rispetto a quello
persiano.
Salpano
le navi e la piccola flotta si dirige verso le coste dell'Istria, per
proteggerle da probabili incursioni imperiali, per salvaguardare le
rocche e perché la sua costa densa di insenature permette un approdo
sicuro in attesa dello scontro.
Ma
Ottone si trova già in Istria, non ha arrecato grossi danni
all'entroterra, avendo come unico fine quello di assediare Venezia.
Il Doge, saputa la posizione di Ottone, decide di cambiare il
programma di navigazione e di aspettare Ottone in alto mare.
Intanto
Ottone carica le proprie navi di rifornimenti e parte per l'assedio
di Venezia da Parenzo. Alle prime luci del giorno incontra con
sorpresa la flotta veneziana. E ciò crea grossa inquietudine negli
Imperiali, alcuni rimproverano Ottone di non aver mandato navi ad
esplorare la rotta, altri vogliono attaccare subito battaglia
evidenziando il fatto che i veneziani sono in numero nettamente
inferiore al loro.
Ziani si
prepara alla battaglia e parte all'attacco, allargando tatticamente
le ali della flotta il più possibile.
Per un
certo tempo lo scontro procede con varia fortuna, ma poco a poco i
veneziani incominciano ad abbordare sempre più navi e a ingaggiare
battaglia con sempre più valore, facendo una strage di nemici.
Ottone,
impossibilitato a scappare cade prigioniero del Doge.
Dell'intera
flotta di Ottone vengono catturate 58 triremi e ne vengono affondate
2, le altre riescono a scappare. Subito si manda la notizia della
vittoria a Venezia, facendovi poi ritorno, dopo una breve sosta, il
1° giugno 1077.
[Ottone
si fa mediatore di pace tra il padre e papa Alessandro]
Ottone
viene condotto dal pontefice. Mentre il Doge abbraccia il Papa
quest'ultimo gli dona l'anello d'oro e gli ordina di usarlo nel rito
dello Sposalizio del Mare.
Rito che
i Veneziani potranno celebrare ogni anno nel giorno dell'Ascensione.
(potrebbe
essere interessante qui una osservazione sulla omologazione Cattolica
di un rito sostanzialmente sciamanico.
Il Papa
si rivolge a Ottone e gli elenca le malefatte del padre contro la
Sede apostolica e i risultati negativi e nefasti di questo
accanimento.
Ottone
con le lacrime agli occhi chiede al Pontefice perdono tramite un
discorso in cui riconosce le colpe del padre; allo stesso tempo
evidenza la magnanimità del Pontefice che non si accanisce contro
l'avversario.
Lo
ritiene un comportamento così nobile da poter fare la differenza nel
richiedere al padre di porre fine all'accanimento guerriero.
Promette
che se non riuscirà a strappare al padre progetti di pace ritornerà
dal Pontefice come suo prigioniero.
Alessandro
loda il discernimento di Ottone, ed estende alla basilica di San
Marco l'indulgenza plenaria perpetua che aveva promesso alla sola
flotta prima dell'imbarco.
Indulgenza
per tutti quelli che visiteranno la basilica di San Marco il giorno
dell'Ascensione, e lo sconto di un settimo della pena a chi ci si
rechi entro otto giorni dal giorno dell'Ascensione.
Il
Pontefice, dopo aver consultato il Doge e la sua corte, acconsente
che Ottone vada dal padre a trattare la pace.
Al
padre, Ottone riferirà con un lungo discorso dal bell'eloquio, in
cui ripete le argomentazioni portate al Papa.
Fa perno
per il suo argomentare sul fatto che Federico stava combattendo una
guerra che a Dio non piaceva affatto e che questo era evidente da
innumerevoli segni.
Lo
incita ad accettare una pace, giusta e finale. Gli rammenta ancora
che il papa è imprendibile sia per terra, avendo alleate le città
limitrofe a Venezia, che per mare, essendo i veneziani campioni nella
guerra navale.
Gli
rammenta ancora che il papa è imprendibile sia per terra, avendo
alleate le città limitrofe a Venezia, che per mare, essendo i
veneziani campioni nella guerra navale. E rammenta il patto fatto ai
veneziani e al pontefice di tornare prigioniero se suo padre non
avesse accettato la pace. Federico, commosso, abbraccia il figlio.
Gli consgena la formula di pace e gli dice di andare subito a
Venezia, manderà poi propri ambasciatori e poi verrà lui stesso.
Ottone arriva a Venezia il 17 luglio e riferisce dell'incontro avuto
con il padre.
[Si
conclude la pace – Federico a Venezia]
Gli
ambasciatori di Federico arrivano alla vigilia di S. Maddalena, il 21
luglio 1077. Giurano che Federico rispetterà le condizioni imposte
dal papa e dal doge per trattare la pace, e pure gli arcivescovi
Vicmano di Madreburgo, Filippo di Colonia e Cristiano di Magonza si
fanno garanti di questo.
Il
figlio del doge, Pietro Ziani, va incontro all'Imperatore Federico a
Volana e lo accoglie e accompagna fino a Chioggia dove si incontra
con una schiera di nobili mandati dal doge.
Il
giorno di sant'Apollinare, il 23 luglio, l'imperatore Federico arriva
al monastero di San Nicolò al Lido. Il giorno seguente una
delegazione di cardinali incontra l'imperatore e gli chiedono di
rinnegare sotto giuramento varie eresie, e dopo che lo fa gli tolgono
la scomunica e lo accompagnano ad incontrare papa Alessandro presso
la basilica di San Marco. L'imperatore si inginocchia in segno di
riverenza e gli bacia i piedi.
Il papa
esaltato pronuncia il carme profetico: “Camminerò sopra all'aspide
e al basilisco e calpesterò leone e drago”, e l'imperatore
Federico ribatte che si è prostrato in riverenza a Pietro e non
all'uomo Alessandro. E il pontefice risponde che si era ceduto sia a
lui che a Pietro.
Alla
fine papa e imperatore si baciano e abbracciano in segno di pace.
Papa e
imperatore entrano nella basilica e rinnovano il bacio e l'abbraccio
che tutti desideravano vedere.
Il 25
luglio, giorno di San Giacomo, il papa celebra una messa su
incitamento dell'imperatore, quest'ultimo finita la celebrazione
accompagna il papa a salire su di un cavallo bianco e si pone a
destra a fianco della sella a piedi, tenendola stretta come farebbe
un servo, e assieme al doge Ziani alla sua sinistra attraversano
piazza San Marco.
Il 1
agosto furono rese pubbliche le condizioni di pace trasmesse
all'imperatore oer mezzo di Ottone suo figlio:
- i Veneziani sarebbero stati esenti da tributi in tutti i luoghi dell'impero
- gli imperiali lo sarebbero stati per mare fino a Venezia, ma a Venezia avrebbero pagato dei tributi
- A Guglielmo re di Sicilia, fu concessa una pace di 15 anni
- ai lombardi una tregua di 6 anni
- Federico entro 3 mesi avrebbe dovuto restituire al pontefice tutti i territori occupati al tempo dello scisma
Le
condizioni sono accettate da tutte le parti.
Un
nutrito numero di delegati giura siollenemnte che faranno rispettare
le condizioni di pace all'Imperatore.
[Pontefice
e imperatore lasciano Venezia e si ritrovano poi ad Ancona]
Il
Pontefice avrebbe voluto indire un concilio, per rendere pubblici i
risultati della pace e i decreti che aveva stabilito. Ma poi non fu
stabilito e non se ne conoscono i motivi.
I
veneziani, dal canto loro, cercano in tutti i modi di onorare sia il
papa che l'imperatore. Rendendo proverbiale il senso di ospitalità
dei veneziani.
L'imperatore
parte per Ravenna e ripercorre la strada per il quale era arrivato.
Cerca di tenere per sé la rocca di Bertinoro, ma il pontefice lo fa
desistere e gli impone di rispettare i patti. Saputo che il papa era
salpato verso Ancona si dirige anche lui via terra verso quella
città.
Il papa
intanto prima di partire muove un alto discorso verso l'emerita opera
compiuta dai Veneziani. Li proclama pubblicamente figli e difensori
di Santa Madre Chiesa. E abbraccia uno ad uno i senatori.
Il
giorno seguente parte per Ancona accompagnato personalmente dal doge
Ziani che si fa comandante della nave che lo trasporta. Arrivano ad
Ancona e sono degnamente accolti con due baldacchini, uno per il papa
e l'altro per l'imperatore. Ma il papa per la benemerita opera
compiuta dai veneziani, vuole che anche il doge abbia un baldaccchino
e dichiara pubblicamente che questo segno distintivo sia attribuito
anche ai dogi di Venezia.
Per vie
diverse l'imperatore da una parte e il papa assieme al doge per un
altra via, vanno verso Roma. All'arrivo delle eminenze il popolo di
Roma va incontro al pontefice per dare tutte le prove della sua gioia
con otto vessilli, trombe, ecc. ecc.
Nessun commento:
Posta un commento